Su Netflix La porosità del mondo interiore di Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

Si potrebbe dire che la trama di Sto pensando di finirla qui, terzo film da regista di Charlie Kaufman – adattamento dell’omonimo romanzo di Iain Reid, distribuito sulla piattaforma Netflix – non sia dissimile da quella di Ti presento i miei (2000) di Jay Roach, fortunata commedia con Robert De Niro e Ben Stiller. Se si trattasse di una commedia. Si potrebbe dire che non sia dissimile da quella di Scappa – Get Out (2017) di Jordan Peele. Se le atmosfere per nulla confortevoli che ci assalgono durante la visione ci facessero pensare a un horror. Ma, intuitivamente, conoscendo Kaufman, sappiamo che non si tratta nemmeno di un horror. E che la porta della cantina chiusa, graffiata, topos del genere, non conduce a un luogo di morte bensì a una parte sommersa del’Io del protagonista. Ma scavare nel Sé è destabilizzante, perturbante. Non galvanizzante come entrare in John Malkovich da una porticina di un ufficio dal soffitto basso. Lucy, Louisa, Lucia (Jessie Buckley) è una pittrice, una fisica teorica, una gerontologa, una cameriera, ha un maglione a righe rosa, ha un maglione a righe gialle, non ha il maglione, ha al collo un filo di perle, indossa un cappotto rosso, un cappotto rosa, un cappotto blu. Lucy, Louisa, Lucia, parte con il neofidanzato Jake (Jesse Plemons), con cui esce da circa sette settimane, per raggiungere i genitori di lui in campagna e incontrarli per la prima volta.

 

 

La narrazione segue un impianto di tipo teatrale in tre atti: viaggio di andata, permanenza nella casa dei genitori di Jake, viaggio di ritorno. Ma c’è qualcosa che da subito non torna. Non torna in Lucy, Louisa, Lucia, la cui voce fuori campo ci esterna immediatamente la non convinzione ad affrontare quel viaggio e a portare avanti la relazione. Lei e Jake parlano di Wordsworth, di poesia, di musical, dei treni di Mussolini, di virus, di Una moglie di John Cassavetes. Lui è premuroso, il classico bravo ragazzo, si interessa a lei, al suo lavoro, ai suoi pensieri, anche quelli fuori campo. Una volta arrivati alla fattoria dei genitori – interpretati da Toni Collette e David Thewlis – tutto diventa sempre più bizzarro, assurdo, surreale, dilatato, sospeso, a tratti inquietante. Anche qui qualcosa non torna. Le scene vanno a rilento, più a lungo del previsto, i dialoghi si sovrappongono a monologhi interiori, i genitori invecchiano, poi ringiovaniscono, il cane c’è, il cane esiste solo in fotografia, Lucy giura di vedere sé stessa in una delle foto in salotto, ma in realtà si tratta di Jake. Qual è la realtà? In fondo, il pensiero è più reale della realtà stessa, viene detto nel film. Quale di queste vite è reale? Quale di questi personaggi è reale? Quale invece è proiezione dell’Io del protagonista? Chi è il vero protagonista? Lucy, Louisa, o Lucia? O forse Jake? O il vecchio bidello del liceo di provincia che vede scorrere le vite degli studenti (la sua?) davanti agli occhi come un musical? Kaufman non armonizza i personaggi in singole inquadrature d’insieme ma li divide, li contrappone, li scollega, e a noi, come a loro, risulta impossibile qualsiasi tipo di distensione nella visione. Le metamorfosi che subiscono sono forse – come ne Il ladro di orchidee (2002) – un commento sul processo di sceneggiatura e sul modo in cui le identità dei personaggi vengono riviste mentre lo scrittore ne abbozza e delinea i tratti? Sto pensando di finirla qui attira costantemente l’attenzione sull’artificio scrittorio ma risulta completamente sincero nella sua preoccupazione per l’invecchiamento, la malattia, il dolore, il rimpianto e le connessioni che creiamo con l’arte e le altre persone. Qualunque sia l’universo in cui si trovino.

 

 

Kaufman utilizza la frammentazione, il meta-commento, il distacco, l’ironia, non a fini convenzionalmente postmoderni ma quale punto di partenza. La sincerità si raggiunge, infatti, solo dopo un viaggio straziante nei meandri secondari del Sé. Ma non tutti coloro che viaggiano nelle profondità del proprio Io sono in grado di trovare la via del ritorno, tra le porosità del proprio essere e quello altrui, del passato e del presente, del reale e dell’immaginario. Eccezionale prova d’attrice per Jessie Buckley (Taboo, Chernobyl), narratrice cronicamente insicura, ragazza molecolare: molecola di sé stessa, di Lucy, di Louisa, di Lucia, o insieme di atomi creati da Jake che infine esplode e si disintegra? Kaufman esplora magistralmente la vertigine filosofica e il turbamento emotivo causati dall’esistenza scomoda delle altre persone. Ancora e ancora, le sue sceneggiature e i suoi film si/ci chiedono: siamo reali l’uno per l’altro, o ognuno di noi proietta verso l’esterno desideri e ansie interiori, trasformando i volti e i sentimenti di amanti, colleghi e familiari in specchi di noi stessi e del nostro narcisismo? Sto pensando di finirla qui non offre una risposta esaustiva a tali quesiti, al contrario, ci spinge a porci ancora e ancora infinite domande, come solo i grandi film sanno fare.