Sostanzialmente un road movie, ma scritto sui passi del silenzio di un ragazzino che segue il violento padre nello scenario assolato e polveroso del Tamil Nadu. Siamo nella punta estrema dell’India meridionale, terra selvaggia, desolata, lontana da qualsiasi centro del subcontinente si possa immaginare: lo scenario, atterrito nella sua quasi astratta aridità, è forse il personaggio principale di Pebbles, titolo significativo di questa opera prima di P S Vinothraj che ha vinto il Tiger Award di Rotterdam 50, edizione online. Gli altri due personaggi sono Ganapathy, un uomo brutale, quasi ferino nella sua persistente rabbia alimentata dall’alcol, e suo figlio, un ragazzino silenzioso, che lo segue col suo sguardo fiero nel viaggio di appena 13 chilometri tra il villaggio in cui i due vivono e quello in cui la madre, stanca di essere picchiata dal marito, è andata a rifugiarsi. La triangolazione tra queste due figure e lo spazio che attraversano è il vero punto focale del film, che si struttura sul travaso di vita, essiccata della sua linfa vitale, tra la scena e i due personaggi: il sassolino del titolo è chiaramente il ragazzino, che nell’indifferenza di quello spazio persegue il suo istinto di sopravvivenza e di attaccamento a una parvenza di famiglia, la cui immagine continua a incidere su un masso. La madre, la sorellina, lui e quel padre che segue silenziosamente e che lo tratta con indifferenza, rabbia, crudeltà.

 

 

Lo schema drammatico sentimentale aderisce chiaramente alla lezione neorealista desichiana: questo ragazzino segue il padre come il piccolo Bruno segue Antonio in Ladri di biciclette. Ma Vinothraj adatta il modello a uno scenario che disconosce qualsiasi struttura, sia essa sociale o familiare: in questo angolo estremo di India, che poi è quello in cui il giovane regista è cresciuto e vive, sembra quasi che il tempo sia fermo a una condizione astratta, arcaica. Non c’è spazio per i sentimenti, per l’amore. Il deserto che le due figure attraversano è uno spazio che azzera le relazioni nel segno di una sopravvivenza disperata: due donne, una bimba e un anziano danno la caccia a dei ratti, li catturano, li arrostiscono, li mangiano… La crudezza della scena si oppone al nostro sguardo con una immediata verità al tempo stesso realistica e simbolica, che corrisponde perfettamente alla capacità del film di innalzarsi al di là della captatio sentimentale nel definire certe azioni e reazioni dei piccoli protagonisti: la bimba che raccoglie le foglie secche e ne fa coriandoli, il gioco con il pezzo di specchio trovato nel deserto dal ragazzino, il suo graffito familiare…Pebbles insomma è un film semplice ma estremamente vero e diretto, proprio nella sua capacità di scavalcare il “realismo” da cui scaturisce. Si sente in P S Vinothraj una immediatezza e una umiltà che rendono il film molto interessante: pochi corti alle spalle e una gavetta come assistente nell’industria cinematografica del Tamil Nadu, questo giovane esordiente – che ha interrotto gli studi in infanzia ed è stato notato da quelli che poi sarebbero diventati i suoi maestri mentre vendeva DVD in un mercato – cerca le prospettive giuste e sa elaborare con precisione il silenzio, la rabbia, la dolcezza, la vulnerabilità, la resistenza… Il piccolo protagonista si chiama Chellapandi ed è il classico ragazzino preso dalla strada: il suo sguardo fiero non si dimentica. E francamente non si dimentica nemmeno lo sguardo ferino del padre, che invece è interpretato da Karutthadaiyaan, poeta e attore teatrale, qui al suo esordio sullo schermo.

 

 

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