Il cinema cileno ci ha aiutato in questi anni ad avere uno sguardo complessivo sul mondo, a guardare ad una naturale molteplice correlazione tra le cose che quasi sembravano sfuggirci e che il cinema, invece, ha saputo ricondurre nell’alveo di un pensiero più generale. In quest’ottica va guardato il più recente lavoro di Patricio Guzman. In parte in questa direzione il lavoro di Larrain e, in un’ottica più strettamente legata alle dinamiche familiari, anche alcuni esiti della prima filmografia di Sebastian Lelio. Nell’orizzonte torinese, nella sezione del concorso principale, appare un film dal titolo Algunas bestias del cileno Jorge Riquelme Serrano. Un film che torna su temi e argomenti conosciuti e già indagati, ma lo fa attraverso una metafora implacabile e un racconto che si tinge dei colori di una specie di invisibile horror domestico. Una coppia di genitori, un po’ in età, va a trovare la figlia che vive con il marito e i due nipoti, un maschio e una femmina, su un’isola deserta di loro proprietà sulla quale i due giovani vogliono realizzare un resort di lusso. La richiesta di un consistente prestito che ne deriva, utile ad avviare l’attività complica le cose. Ma ciò che sedimenta non è la questione del denaro, non sono i rapporti, ma l’oscura perversione dell’anziana coppia che sembra vampirizzare la famiglia della figlia. I desideri sessuali più perversi occupano i pensieri di Antonio, che ha il volto del sempre efficace Alfredo Castro, ormai specializzato in ruoli di personaggi spregevoli, e fanno si che non si fermino neppure davanti alla prima giovinezza della nipote che nella notte diviene il centro di ogni sua attenzione e della sperimentazione della sua sessualità pedofila. Non è da meno Dolores, la moglie, che non solo è complice delle perversioni del marito, ma a sua volta importuna il giovane lavorante della famiglia della figlia facendolo fuggire o forse uccidendolo a seguito del suo rifiuto ad avere rapporti con lei.

 

In questo quadro familiare così perfido non sono da meno i rapporti solo apparentemente amorevoli che i nonni hanno con i ragazzi e soprattutto con la figlia e il genero che considerano inadeguato anche per ragioni di classe e che vorrebbero esautorare sotto ogni profilo. L’ambientazione estrema in cui il film si sviluppa, concorre a restituire allo spettatore la sensazione di un isolamento che ha il sapore di una indagine quasi scientifica in cui si isola il campo di osservazione e si restringe l’oggetto della ricerca. Jorge Riquelme Serrano crea il climax adatto al suo racconto che lentamente sembra depurarsi di ogni questione fattuale per diventare sempre più sensibile materia di riflessione. In altre parole là dove Algunas bestias fa perdere, strada facendo, interesse verso lo sviluppo della storia, che in fondo non esiste, poiché si esaurisce in poche sequenze, guadagna in rarefatta misura di una profonda argomentazione sui temi di fondo messi in scena. È una specie di vero bestiario quello che Riquelme ci racconta, un terribile covo di rapporti velenosi, ma forse così come ci chiede lo stesso autore, il film è qualcosa di più e anche qualcosa di diverso di tutto questo. Algunas bestias è soprattutto una metafora, una specie di racconto morale alla rovescia di una condizione umana che ci sta portando alla deriva, là dove sia irraggiungibile ogni forma di solidale convivenza e sia saltata ogni relazione che faccia affidamento sul rispetto umano. Riquelme ci porta in un mondo pericoloso, in quel territorio in cui la mutazione genetica della razza umana assume i contorni precisi di una mostruosità non più controllabile. L’isola, da sempre simbolo di isolamento da ogni consesso umano, diventa qui anche laboratorio infelice di questa ibridazione con il regno di una incontrollata irrazionalità. Il segno di ogni illogico procedere della storia o meglio di quello che ne dovrebbe fare parte, sta proprio in quegli anfratti del film in cui si incrociano sequenze e immagini apparentemente privi di un senso o scarsamente aderenti, anche temporalmente alle sequenze successive o precedenti. I personaggi sono ripresi da soli a vagare nell’ambiente circostante alla casa, in preda ad una inquietudine non risolvibile, al di fuori di ogni cronologia aderente alla vicenda, in quell’interruzione progressiva del senso che costituisce il climax e al contempo il fondamento di un film che invece sembrava avviato a diventare una riflessione quasi scientifica sui rapporti familiari. Il racconto di Riquelme si fa cattivo, come certi racconti di José Saramago, ci ricorda la stessa cruda e malefica perversione di Miss Violence ma qui non è l’infanzia bruciata dalla perversione, in Algunas bestias sono i fondamenti della convivenza umana che sembrano essere saltati e, ancora una volta, la famiglia diventa chiara metafora sociale, tarlo malato di una più complessiva collettività e nell’inguaribile malattia che la colpisce, si annidano i veleni che consumano alla radice le relazioni. Jorge Riquelme Serrano compie un lavoro di scavo profondo, utilizza la metafora per snidare il male, copre di visibilità l’invisibile, riesce narrare ciò che è sempre difficile raccontare e mette in pratica l’insegnamento di Godard “non si fa cinema né di quel che si vede, ne di quel che non si vede. Si fa cinema del fatto che non si vede”.

 

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