El Planeta, esordio alla regia dell’artista multidisciplinare Amalia Ulman (Buenos Aires, 1989), racconta la storia di Leonor (Amalia Ulman), una giovane creativa che torna nella città natia di Gijón, in Spagna, per stare con sua madre, Maria (la vera madre di Ulman, Ale), dopo la morte del padre e un tracollo finanziario. L’azione del film segue Leo e Maria mentre si muovono elegantemente per la città di mare compiendo piccole trasgressioni, indifferenti alle conseguenze, attuando una liberazione consumistica che ridefinisce la dimensione della povertà. In diversi momenti durante questo suo primo lungometraggio – presentato al Sundance Film Festival 2021 e al 39° Torino Film Festival – il volto di Amalia Ulman si fa veicolo di un ultracontemporaneo sentimento di impotenza: trema per lo shock, il dispiacere e il disgusto, prima di indurirsi nella rassegnazione. Questo dopo aver scoperto, davanti a un caffè in un bar, quanto paga effettivamente il lavoro sessuale; dopo aver appreso al sorgere del sole che il ragazzo con cui ha passato la notte ha moglie e figli; dopo aver cucito l’ennesimo collage di vestiti recuperati dall’armadio della madre ed essere rimasta senza elettricità proprio mentre deve asciugarsi i capelli. Una desolazione interiore cui fa eco la desolazione urbana della città balneare di Gijón, mai ripresasi dalla recessione del 2008.

 

 

Ulman è un’artista concettuale già affermata, nota per i suoi lavori performativi che indagano il femminile attraverso l’utilizzo dei media contemporanei. Figura enigmatica nel mondo dell’arte post-internet dell’ultimo decennio, nella pionieristica performance per Instagram Excellences & Perfections (2014) si sottoponeva a falsi interventi di chirurgia plastica, imparava a ballare la pole dance, aderiva a diete rigorose, creando il facsimile stilizzato di una vita incarnante un consumismo sereno e compiendo al contempo un’incisiva critica sociologica oscillante tra l’alienante e il divertente. Da allora il suo lavoro è stato esposto ovunque, dalla Tate Modern di Londra al New Museum di New York, dalla Frieze Art Fair alla Whitechapel Gallery e in altri prestigiosi spazi dedicati all’arte contemporanea. L’indagine di Ulman sul concetto di display investe tutto ciò che fa: la sua pagina Wikipedia presenta un’immagine che ricorda le foto dei dirigenti in stile Fortune Magazine, mentre la sua pagina web personale è progettata per assomigliare ai siti di aggregazione del Web 1.0. Le tracce stilistiche di questa tensione sono naturalmente riscontrabili anche in El planeta, laddove l’artista predilige un montaggio che utilizza le tecniche di passaggio tra slide tipiche di programmi come PowerPoint. Se in Excellences & Perfections una vita fittizia viene catapultata in un ambiente altrettanto fittizio come quello dei social media, in El Planeta Ulman restituisce allo spettatore elementi realmente autobiografici costeggiando un’idea di docufiction che satirizza il modo in cui la cultura contemporanea premia la visibilità ostentata e il palcoscenico all’interno del quale tutti noi scegliamo la finzione a favore del vincolo neoliberista.

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