Per più di un anno a causa del Covid siamo stati orfani degli spettacoli dal vivo e abbiamo desiderato fortemente tornare a teatro. Per tutto quel periodo lo streaming ha permesso di surrogare un’assenza dolorosa, per chi il teatro lo va a guardare, ma soprattutto per chi il teatro lo fa. Come sempre accade, la privazione spinge l’ingegno umano ad avventurarsi in territori insoliti o inesplorati. Così Mario Martone, nel dicembre del 2020, con il suo Barbiere di Siviglia, seguìto dopo qualche mese da Traviata, entrambi diretti da Daniele Gatti, ha rispolverato il glorioso genere del film opera, che furoreggiò a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento grazie a registi come Carmine Gallone, Mario Costa e Clemente Fracassi. L’opera veniva allestita in location reali o in teatri di posa e allo stesso tempo ripresa, montando quel che ne risultava in film che venivano distribuiti nelle sale cinematografiche. I due esperimenti di Martone hanno usato come set tutto lo spazio fisico del teatro (il Costanzi di Roma), vero oggetto del desiderio e della messa in scena, e sono stati trasmessi in tv (dalla Rai). A ben guardare, però, esistevano già prima altre forme di commistione tra teatro musicale e cinema, come il Rigoletto diretto ancora da Gatti e allestito da Damiano Michieletto al Circo Massimo di Roma, trasmesso dalla Rai a luglio del 2020, che prevedeva sullo sfondo un maxischermo su cui veniva proiettato alternativamente il girato live di tre operatori steadycam presenti sul palco e un girato registrato di ciò che avveniva fuori scena o di ciò che era avvenuto nel passato della storia. Dunque teatro e cinema dialogavano aiutandosi a vicenda, integrandosi, commentandosi, amplificandosi, chiarendosi. Dopo avere riportato a teatro l’opera con l’aiuto degli strumenti del cinema, alla 39esima edizione appena conclusasi del Torino Film Festival Michieletto ha presentato la sua personalissima versione del film opera, riportando con Gianni Schicchi, in cui ha trasposto l’opera omonima di Giacomo Puccini (1918), l’opera al cinema dopo quasi settant’anni.

 

 

Rispettando parzialmente le didascalie del libretto di Giovacchino Forzano, basato su un episodio del Canto XXX dell’Inferno di Dante, la storia è allestita nella campagna toscana, fotografata da Alessandro Chiodo cristallizzandone colori e luci in quell’atmosfera glamour tanto amata dai turisti di tutto il mondo. Negli interni rétro rianimati dai colori brillanti scelti da Paolo Fantin si aggirano con indosso i costumi briosi di Nicoletta Ercoli e Alessandra Carta i parenti di Buoso Donati, tutti intenti a cercare di arraffare il più possibile dell’eredità del capo famiglia appena spirato, mettendo in scena una versione patinata dello spietato Parenti serpenti di Mario Monicelli. L’opera di Puccini è riprodotta nella sua interezza, preceduta da un prologo inedito a carattere didascalico, in cui Buoso Donati, magnificamente interpretato da Giancarlo Giannini, spiega da morto in che modo ha fatto fortuna come mercante d’arte, prima di restare in scena come corpo esanime, irresistibile anche solo nell’assecondare o resistere alle trame losche dei suoi parenti, che fingono sia ancora vivo per modificare il testamento con cui ha lasciato tutto ai frati di un vicino convento. La velenosità dei parenti si stempera in una serie di gag gustose, la cui efficacia è resa possibile da un ottimo cast di cantanti-attori, primo fra tutti Roberto Frontali, che interpreta Gianni Schicchi, chiamato a risolvere con l’inganno la questione dell’eredità. Bravi anche Giacomo Prestia (Simone), Manuela Custer (Zita), Caterina Di Tonno (Nella) e Veronica Simeoni (Ciesca), Federica Guida (Lauretta) e Vincenzo Costanzo (Rinuccio). La direzione musicale di Stefano Montanari è altrettanto fresca: registrata la musica con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, ha diretto sul set gli interpreti, registrati in presa diretta. L’orchestra rimane sullo sfondo, ma il risultato complessivo è un godibilissimo piccolo film che ci parla di cose vicine a noi, sottraendole alla sensazione di lontananza generata in molti dall’esclusività della fruizione del teatro d’opera.

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