Come in tutte le sue opere, in poesia o in prosa, anche in Three Women. A Monologue for Three Voices, pubblicata postuma nel 1968, Sylvia Plath modula una scrittura lirica tutta incentrata sulla ricerca dell’espressione più autentica dell’io, dove anche gli elementi di finzione non sono che cassa di risonanza, espansione, chiarimento dei moti più profondi e nascosti della psiche, questa volta giustapponendo tre voci di donna monologanti nel reparto maternità di un ospedale. Dunque il tema centrale di tutto, come sempre in Plath, è l’identità femminile, definita e ridefinita incessantemente attorno ai misteri dell’amore e del concepimento, invischiati, amplificati, spesso oppressi dai relativi ruoli sociali di moglie e madre, carichi di aspettative, giudizi, ansie, nell’America puritana degli anni Cinquanta. Il film Tre donne, di Sylvia Plath di Bruno Bigoni e Francesca Lolli, presentato al 39esimo Torino Film Festival, è un tentativo ambizioso di tradurre il lirismo frammentato e analogico del testo in una sorta di poema per immagini dove la fotografia, il montaggio e le musiche si incaricano di assumere la funzione che lo spazio bianco ha sulla pagina attorno ai versi, quella del fuori campo della vita, misto di elementi indicibili, celati o allusi.

 

 

Le donne sono incarnate da Giulia Battisti, Chiara Buono e Alice Spito, corpi diversi, voci diverse, respiri diversi, che ci restituiscono le tre varianti dell’io immaginate da Plath nel suo poema: la casalinga che desidera e ha un figlio, felice e allo stesso tempo animata da paure sottili; l’impiegata che desidera un figlio, lo perde, come già altre volte prima, e si rifugia nella routine e nel lavoro nel tentativo di sedare una sensazione angosciante di menomazione e inadeguatezza; la studentessa che non desidera essere madre e, rimasta incinta, porta a termine la gravidanza e abbandona suo figlio. A Davide Sangiovanni è affidato il ruolo fantasmatico del marito/padre che aleggia su questa donna a tre teste, interlocutore implicito, giudice interiorizzato, corpo desiderato e oggetto di un amore forse non proprio sano, come quello nutrito da Plath per il marito Ted Hughes. Ma tutto è solo accennato: eventi, individui, sentimenti, paure non sono altro che increspature del linguaggio nel dramma e cellule di immagini e suoni nel film, che si muovono apparentemente senza una direzione che non sia quella che vi trova il lettore-spettatore. Non c’è una tesi, non ci sono un inizio e una fine, ma solo un vagare libero e inquieto di pensieri che rispondo ad altrettanti moti dell’animo. D’altronde Bigoni e Lolli, che hanno già realizzato insieme nel 2019 Voglio vivere senza vedermi, sono da sempre attenti ai temi dell’identità e alle sollecitazioni dei testi poetici, il primo con lavori come Amleto… frammenti, Cuori all’assalto, Chiamami Mara, Chi mi ha incontrato, non mi ha visto, la seconda con lavori come Cleaning my Identity, Just Want To Be a WoMAn, Un Nodo, In uterus (Following patriarchal beauty standards since 1976), Dolorosa Mater, Nostra Signora del Silenzio. Plath sembra avere dato alla loro collaborazione e forse anche ai loro percorsi singoli una vibrazione in più.

 

 

 

Scrivi