Come è noto, per una vita tranquilla, è meglio stare alla larga dai condomini e dagli appartamenti frequentati dal cinema del regista catalano, maestro degli horror e del thriller, che ha fondato gran parte della propria carriera proprio sulle paure generate dentro i labirinti condominiali o tra le ancora più usuali mura domestiche. Non fa eccezione Venus, ultima creatura di Balagueró, presentata fuori concorso al TFF40, che anche in questa occasione, dopo la quadruplice articolazione della saga di Rec, ci catapulta con l’avvenente Lucia (Ester Expósito), sorella di Rocio e zia di Alba, in un grande condominio alla periferia di Madrid nel quale, è ovvio, accadono cose molto strane. Il film è ispirato al racconto I sogni della casa stregata di H. P. Lovecraft. Dopo un incipit da gangster movie con Lucia che si rifugia nell’appartamento della sorella nel pericoloso condominio Venus, dopo avere sottratto alla banda che gestisce la discoteca dove lei si esibisce come ballerina un notevole quantitativo di pasticche da sballo, il film prosegue raccontando ciò che intanto accade in quell’edificio. L’evocazione di uno spirito maligno e femminile con le fattezze della Venere di Willendorf, famosa statuetta dell’era del neolitico, diventa la ragione della possessione che si preannuncia, operata dalle apparentemente tranquille anziane signore che abitano l’appartamento dell’ultimo piano del misterioso stabile. Lucia si ritroverà al centro di un doppio problema: fronteggiare i malviventi, che la inseguono per farsi restituire il prezioso bottino, e questa setta di demonie che evocano lo spirito maligno che si farà vivo per la cerimonia dell’incoronazione proprio mentre un misterioso pianeta, improvvisamente apparso agli scienziati, oscurerà il sole con una improvvida eclisse.

 

 

Balagueró lavora su materiali che conosce bene e la sua macchina da presa si muove con agilità dentro l’appartamento che diventa set della storia tra blatte e visioni macabre che lo infestano. In verità non tutto è sempre chiaro in questa storia che vira tutta al femminile, volendo diventare, in sostanza, un racconto sulla estremizzazione di un matriarcato originario, il ritorno a una condizione primaria nel quale prevalga definitivamente il potere femminile con tanto di eliminazione progressiva di ogni personaggio maschile, perfino inutile a ogni residuo appeal sessuale. Venus procede per ellissi e se ci si mettesse ad analizzare la sceneggiatura si troverebbero qua e là dei buchi narrativi del tutto giustificati e del tutto ammissibili dentro il ribollire di una vicenda della quale va resa la complessità, tra spettacolari e inquietanti accadimenti cosmici ed evocazioni di entità maligne pronte a dominare il pianeta Terra. Il lovecraftiano orrore cosmico diventa dunque il grande scenario che fa da sfondo alla vicenda e che contribuisce ad alimentare la paura. Eppure questo tema, dalle implicazioni così affascinanti per il genere frequentato dal regista spagnolo – che, per inciso, vorrebbe girare un film sulla fine del mondo – avrebbe potuto ottenere una maggiore centralità e quindi un maggiore risalto nello sviluppo della storia, restando oscuro il senso finale dell’eclisse se non riferito alla simbologia del femminile e quale momento cruciale per il riconoscimento definitivo della personificazione del demone.

 

 

Balagueró ha sicuramente fatto di meglio, ma in definitiva il film funziona nella sua spettacolarità sanguigna, nella incredibile capacità di Lucia, eroina a tutto tondo, di rigenerare il proprio corpo, che da una avvenenza iniziale lentamente si trasforma nella progressiva deformazione causata dalle battaglie che è costretta a intraprendere per salvare sé stessa e la sua misteriosa nipotina. Non è forse giocata con la dovuta enfasi la quasi sorpresa finale che sembra, come spesso accade, ribaltare ogni presunta intuizione dello spettatore. Ma forse è meglio così e forse ha ragione chi all’uscita dalla proiezione, dice che è meglio che non tutto sia spiegabile in questi film. Il fascino, in fondo, risiede proprio in questo e Balagueró, con ogni manchevolezza, ancora una volta centra l’obiettivo.

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