Al centro di Tout fout le camp, film presentato fuori concorso al 40° Torino Film Festival «c’è la relazione tra due uomini e una domanda: come faranno, grazie al loro incontro, due persone perdute a ricostruire la propria identità?». A porre questa domanda alla storia e al suo pubblico è lo stesso regista Sébastien Betbeder, che a Torino nel 2013 ha vinto il premio speciale della giuria con 2 automnes 3 hivers, e nel corso degli anni ha presentato gran parte della sua filmografia (i lungometraggi Les Nuits avec Théodore, Marie et les naufragés, Le Voyage au Groenland, Ulysse et Mona, i mediometraggi La Vie lointaine, Je suis une ville endormie, e i corti Toutes les montagnes se ressemblent e Inupiluk).

 

 

I due uomini della domanda sono Thomas, giornalista frustrato che scrive noiosi pezzi di colore per «Le courrier picard», giornale storico di Amiens, e il cantante (realmente esistente) Usé, di recente candidatosi alla carica di sindaco della città fondando il nuovo «Parti sans cible» (letteralmente “partito senza meta”, omofono di “partito sensibile”) il cui manifesto è più situazionista che politico. I due si incontrano quando il giornale incarica Thomas di intervistare Usé: qui prende forma la domanda del regista, che fa dialogare con la sua solita tenerezza straniata la sensibilità di due uomini soli, che hanno perso lo scopo della loro esistenza e si sentono come “morti viventi”. La domanda di Betbeder è volutamente parziale e ingannevole, perché il climax del film deflagra all’apparire di un terzo uomo, Jojo, trovato morto in un vicolo e poi resuscitato improvvisamente, lui letteralmente un morto vivente, quello che in francese si dice revenant “colui che torna alla vita”. Thomas e Usé, disperatamente desiderosi di tornare alla vita intesa come pienezza di senso, amore e felicità, non possono che legarsi immediatamente a Jojo e a sua sorella Marilou, che di lì a poco incontrano cercando di riportare a casa Jojo. Da qui in poi il nostro quartetto si trova coinvolto in un’avventura che è una fiaba (l’attraversamento del bosco, in mezzo al quale si incontrano dimore favolose) e che ai tratti consueti del racconto di formazione mescola con sorridente e silenziosa nonchalance quelli dello zombie movie (la sparizione degli altri esseri umani, l’assenza di campo telefonico).

 

 

La verità è che tutti i personaggi del film desiderano maldestramente tornare alla vita, come fosse la mèta di un viaggio di cui hanno perso la mappa o un’automobile che non sanno più guidare e ci riusciranno ripartendo dalla famiglia che loro malgrado si trovano a formare, imperfetta, contraddittoria, ma carica di un affetto che non riesce a non sgorgare a più riprese a tutta forza. Se il paragone non rischiasse di sembrare forzato, verrebbe da dire che la mescolanza di quotidiano e straordinario, naturale e fantastico, serio e comico, in una parola che il grottesco cui ricorre Betbeder è molto simile a quello di Wes Anderson, al netto di una sobrietà fotografica cercata dal primo e rifuggita dal secondo. Entrambi, nella modalità del racconto quircky, cólto e allo stesso tempo candido, realizzano un cinema che ha definitivamente obliterato la gratuità disumana del postmoderno per ridare spazio a una dimensione esistenziale umana, (mai) troppo umana.

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