Dopo La casa dell’amore e Pierino, il cinema di Luca Ferri, abbandonando le folgorazioni filosofiche del lancinante , torna a lavorare in quella corrente contraria che è diventata un marchio di fabbrica. Manifestare l’opposizione al mondo, raccontare di una differente possibilità di pensiero e fare massa critica (Ferri con il suo individualismo odierà questa definizione, così poco personale e così tanto affollata di persone e pensieri differenti), lo si può e lo si deve fare con il cinema. O meglio anche lavorando, ormai da tempo, su un’idea altrettanto personale del fare film che in fondo appartengono quasi sempre – tranne in qualche caso – a genus diversi e costituenti, nell’insieme, un catalogo di forme avverse a ogni corrente, uniche nel loro essere e quasi monadi isolate di una silenziosa, ma ferma contestazione per un mondo che ha perduto il piacere della diversità e della originalità. La galleria di personaggi ferriani – inaugurata con l’ultimo uomo sulla terra di Abacuc con Dario Bacis, compagno di altre avventure del Ferri dell’esordio e poi arricchitosi con il già citato Pierino e con il protagonista de La casa dell’amore o con i Colombi dell’omonimo film – si arricchisce con il Divino Otelma, al secolo Amleto Marco Bellelli, che domina ogni scena di quest’ultimo e ancora e di nuovo complicato approccio del regista bergamasco al cinema.

La prima del film apre il Concorso documentari del TFF40. A rigore, ma è già detto, il film di Ferri non è neppure un documentario nel senso classico, trattandosi piuttosto di un racconto filosofico, di una riflessione ai margini del nostro tempo sulle modalità di approccio alla vita terrena e a quella ultraterrena secondo la filosofia del Divino, che ha occasione di esprimere il proprio pensiero, sugli stimoli dello stesso regista, in 52 settimane per altrettanti incontri che, segnati dalla pandemia non avvengono dal vivo, ma attraverso la mediazione della videochiamata Skype, che già di per sé diventa ulteriore mediazione cinematografica.

 

 

Già con Pierino la struttura si avvaleva di questa cadenza settimanale dentro la quale vi era da riconoscere quel rigore matematico, quella regola architettonica – molti i film di Ferri sull’architettura come forma di espressione razionale della mente, piuttosto che come costruzione dello spazio – che sopraintende ai suoi film. Anche Vita terrena di Amleto Marco Belelli trova luogo in questa forma così precisamente definita, dentro la quale il personaggio, di sicuro originale se non unico del Divino Otelma, fondatore di una chiesa personale e latore di messaggi tra lo spiritistico, l’esoterico e il divino, trova ampio spazio e tempo per la loro espressione con lunghi monologhi videotelefonici. Ma anche con le passeggiate per Genova, sua città natale, nelle cui vie ripercorre infanzia e adolescenza con i suoi video realizzati con lo smartphone. Tutto con il suo colloquiare aulico nel quale parla di se stesso sempre in terza persona, a sottolineare la molteplice entità di cui è portatore e la singolarità umana dalla quale intende prendere le distanze. Cosa affascina Ferri del personaggio è sicuramente il suo fuori tempo e fuori spazio. Il Divino Otelma non è umano o meglio lo è ma ricerca una sua evoluzione e, al di fuori di ogni logica corrente, costruisce questa immagine di sé diafana ed eterea alla ricerca di una purezza del pensiero che trascenda la materialità dell’umano. Ovviamente bisogna vedere se questo percorso sia stato attraversato fino in fondo o sia solo una speranza e un ottimo intento. A Luca Ferri riteniamo che tutto questo importi poco, quello che interessa è probabilmente l’avere trovato un altro personaggio che possa aderire o meglio nel quale la sua visione del mondo – pessimistica e per nulla fiduciosa nello sviluppo dell’umanità e nel suo progresso morale, prima, e civile dopo – possa riconoscersi, possa trovare un punto fermo per dimostrare, di nuovo, che un pensiero estremo diverso e controcorrente è possibile e che non è detto, né scritto da nessuna parte che il mondo debba andare per forza tutto in una direzione.

 

 

È un pensiero unico anche questo, quasi stirneriano, ed è per questo che ancora una volta, attraversato da un rigore delle forme nelle quali si ricercano tutte le possibilità anche dei supporti, tra nastro magnetico, alta definizione, pellicola, smartphone e 16 millimetri, il cinema di Luca Ferri diventa prezioso, comunque sia prezioso, nel panorama del cinema italiano. I suoi film sono vere sperimentazioni tra cinema e impianto filosofico dell’essere come abitatore di una Terra che si desidererebbe primordiale (Ab Ovo) e che invece diventa parte dei nostri incubi (). I suoi film sono elaborazione costante ed è per questo che non saranno mai narrativi, ma, volente o nolente, si assesteranno sempre dentro la sfera di un feroce pensiero erosivo e sarà sempre all’interno di questa funzione che andrà esaminato il suo lavoro. In questo procedere c’è un pensiero lineare che nasce da un pessimismo che diventa produttivo, come il pessimismo può essere. C’è una corrente contraria, un rumore di fondo che viaggia in direzione opposta al flusso e il cinema-anticinema di Ferri ci offre questa possibilità, ci porge uno spunto, una visione critica, pessimistica e bernhardiana sul mondo con i suoi inconsapevoli personaggi alieni, che contemporanei a noi popolano quest’altra versione dell’esistenza terrena.

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