Materia perturbante, quella messa in campo da Sandra Wollner in The Trouble With Being Born, che lo scorso febbraio avevamo fatto in tempo a vedere sugli schermi della Berlinale, nel concorso Encounters e che ora a Trieste (online) ha vinto al S+F Festival 2020 il Premio Méliès d’argent. Il film è la folgorante opera seconda dell’austriaca Sandra Wollner, storia di finte infanzie, falsi corpi, legami inventati eppure stretti, improprie appartenenze, affetti apparenti… Roba densa, dalla strana viscosità, intima e impersonale allo stesso tempo: non si capisce subito, ma siamo dalle parti di una fantascienza asimoviana, in cui la disperazione della materia adroide sa essere più profonda dell’umana insensibilità. C’è una ragazzina che vive con un uomo, si direbbe il padre, anche se alcuni dettagli, certe invadenti attenzioni, una certa possessività astratta risultano subito disturbanti. In realtà ben presto scopriamo che la bambina è un androide, programmato per incarnare l’ambiguo e promiscuo desiderio di paternità di quell’uomo col quale giace. La confusione tra le sue memorie acquisite, i sentimenti innescati e i ricordi d’amore dell’uomo creano un cortocircuito tra la vita reale e quella acquisita per upload. E, come sempre, la coscienza dell’androide si traduce in fuga, che ci fa ritrovare la ragazzina rigenerata in versione maschile e riprogrammata, ora nella casa di una vecchia signora, per la quale interpreta il fantasma del desiderio che in infanzia la univa al fratello…

 

 

Come già nella sua non meno perturbante opera prima, The Impossible Picture (presentato in Onde a Torino 2016), Sandra Wollner insiste su un cinema fatto di rimozioni, di lancinanti rivelazioni progressive che incidono lentamente e inesorabilmente la consapevolezza dello spettatore, posto dinnanzi a immagini di una quotidianità nutrita di segreti, di rivelazioni impercettibilmente disturbanti. La famiglia resta il grumo tematico che racchiude i drammi pulsionali di figure che appaiono separate da se stesse, nutrite da consapevolezze che ignorano e allo stesso tempo sormontate da incoscienze che alimentano. Nel caso di The Trouble With Being Born lo sfasamento prospettico futuribile contribuisce a creare una proiezione ancor più straniante rispetto all’effetto rebound innescato dalla memorialistica familiare in The Impossible Picture. L’infanzia resta il prisma che inghiotte tutta la falsa luce diffusa sulla scena dagli adulti e la restituisce come un’immagine smerigliata, scomposta e quasi astratta. Ma quel che colpisce soprattutto nel cinema della Wollner è la sensualità borderline, sospesa sul presente come fosse un’ipotesi che subisce l’onta del passato, tutta scritta sull’intreccio confusivo tra immagini, suoni, strati reali e immaginari. Il suo è un cinema apparentemente quieto, piano, ma profondamente inquieto e sostanzialmente inquietante.

 

 

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