Storie di figli: il Fernando Piazza che si ritrova a seguire le orme del padre Ugo, che fu l’eroe di un altro Fernando, il grande Di Leo. Oppure Gianluca Curti, che scrive, produce e soprattutto omaggia il lavoro del padre Ermanno che produsse il film originale nel 1972. Su tutti però c’è Toni D’Angelo, che con il tema ha un rapporto privilegiato, come dimostrava il precedente Falchi, che pure citava Milano Calibro 9, ampliando il gioco delle vertigini nei confronti del rivivere una storia già scritta. In effetti, nell’approcciarsi a questo sequel di un titolo diventato ormai di culto, non sfugge come l’operazione, sfrondata da tutte le sue necessità di omaggiare il precursore e realizzare al contempo un prodotto di caratura internazionale, sia anche e soprattutto una questione di guardare a distanza. La dinamica è un po’ la stessa che vede Fernando Piazza liquidare con una scrollata di spalle la tradizione paterna – incarnata dal personaggio di Rocco Musco, che fu di un grande Mario Adorf e che qui è ereditata da Michele Placido – ma che poi si ritrova costretto nello stesso meccanismo: un’ingente somma di denaro è sparita, lui è il principale sospettato e deve dimostrare di non c’entrare nulla, mentre tenta di salvare la pelle, all’interno di un più complesso gioco di truffe e alleanze vecchie e nuove, dove un ruolo non secondario lo giocano ovviamente le donne. Dalla veterana Barbara Bouchet, che riprende il ruolo originario (doppiata come in un film degli anni settanta, appunto) alla new entry Ksenia Rappoport, ‘ndranghetina cresciuta all’est, poi diventata avvocato a Milano e vecchia fiamma dello stesso Piazza jr.

 

 

D’Angelo racconta perciò di un mondo senza padri di cui si avverte il peso, che viene traslato in una realtà dove il denaro non ha più la consistenza palpabile della valigetta del “genitore” Di Leo, ma è smaterializzato in operazioni di transazione digitale. Pertanto, il sequel è a sua volta un racconto dentro e fuori la materia, distante dall’identificazione con un luogo che era una delle caratteristiche vincenti del noir milanese del 1972 e scisso fra vari luoghi. Milano resta così l’epicentro, ma è significativamente espunta dal titolo e l’avventura traccia coordinate che vanno dal Nord all’Est Europa, senza dimenticare le radici contadine della ‘ndrangheta nel Sud Italia. Lungo questo percorso che descrive la nuova via crucis dell’eroe, si consumano agguati e sparatorie che hanno un sapore raggelato, come quei proiettili imprecisi e di cui è faticoso seguire le traiettorie, mentre i sentimenti dei personaggi hanno a loro volta un peso che “ferma il tempo” (la scena del bacio durante la sparatoria al ralenti), ma sono comunque destinati fino all’ultimo a non trovare una risoluzione – tanto da confluire in un doppio finale/bivio. L’autore napoletano affronta questo magmatico registro con il palpabile entusiasmo di chi è alle prese con la prima property importante della sua carriera e può così comporre un racconto forte dei propri mezzi e virtuosistico nella messinscena. Lo fa seguendo le direttive del sequel a lunga distanza, con un’opera che è un po’ proseguimento, un po’ rifacimento, un po’ omaggio all’originale, che osserva e da cui si allontana per tornare infine allo schema già noto.

 

 

Al contempo, è come se guardasse a distanza i modelli contemporanei di Gomorra e Suburra per descrivere un milieu alternativo, meno direttamente iconografico e più interessato alle sfumature. In cui al tono dolente dell’originale si sostituisce una certa cialtroneria violenta di un mondo diventato troppo piccolo eppure ancora sorretto dai sentimenti eterni del riscatto e della furbizia. Anche per questo il racconto procede spedito, unendo un intreccio classico a una visione pessimistica in cui si rinnova la contiguità fra il potere politico e il crimine organizzato. Un aspetto già presente nel prototipo del 1972 e che qui si allunga fino ai grandi del G20. Il rischio concreto è che in questo andirivieni di guardare indietro e avanti, però, il film fatichi a trovare un baricentro realmente proprio e si traduca più che in un D’Angelo maggiore, in un Di Leo minore. Si avverte infatti la mancanza del guizzo e della caratterizzazione in contropiede che reinventava attori altrimenti identificabili (come accadde proprio con Moschin passato dalla commedia al noir). Operazione che riesce comunque con il commissario Di Leo – nomen omen – di un eccellente Alessio Boni, che da dietro le quinte osserva a distanza e cerca di indirizzare il racconto, tracciandone gli schemi. Alla fine la vera forza del film non è in primo piano, ma in quello che c’è dietro.

 

 

A noleggio su My Movies fino al 23 novembre: https://www.mymovies.it/ondemand/38tff/movie/tff-calibro-9/

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