L’idea originaria di Elia Moutamid, cineasta marocchino, era quella di girare un film su un quartiere di Medina che avrebbe dovuto avere lo scopo di indagare sul fenomeno della c.d. gentrification che consiste nella subdola rigenerazione urbana per cui i residenti storici di interi quartieri popolari vengono espulsi con il meccanismo dell’acquisto delle loro residenze, divenute di tendenza, per lasciare posto ai nuovi ricchi proprietari. Un fenomeno che trasforma i volti dei quartieri e delle città. Il film era pronto per partire, Moutamid era arrivato a Medina con un amico architetto che lo avrebbe aiutato, ma l’epidemia incalzante di Covid lo ha costretto a desistere. Moutamid è tornato a Brescia, dove è nato e risiede. Dalla sua postazione web si è tenuto in contatto con il fratello, che nel frattempo ha contratto il virus, e con il padre e il film, che anche nel titolo identifica il virus, è diventato la cronaca di quei giorni. Al netto della gravità della situazione che l’epidemia ha creato e della cronaca che informa sulla sua triste contabilità, proviamo a riflettere su cosa possa significare per un regista, per una persona dotata di creatività, un arresto forzato del proprio lavoro che diventa peraltro una condizione impossibile da modificare. Ce lo aveva raccontato già Wenders, ormai molti anni fa, in Lo stato delle cose, cosa potesse significare per un autore l’immobilità espressiva, la palude in cui il lavoro si impantana anche quando si tratti della elaborazione di progetti. In tempi coevi al film di Moutamid anche Andrea Segre con il suo notevole Molecole ha ripercorso queste stesse tracce, modificando, in corsa, il suo film su Venezia che più adeguatamente rispetto alla situazione vissuta è diventato un film confessione. Moutamid fa lo stesso e con un registro più leggero, più ironico, prova a dissimulare il disagio della situazione e la prende, come si dice, “con filosofia”.

 

 

Il film diventa così Kufid, come accade al cinema ai tempi del Covid, una conversione necessaria, quasi indispensabile per potere continuare a dare espressione alla creatività. Le immagini diventano il diario di questa forzata immobilità e raccontano l’attività che nasce da una inattività. Ma raccontano anche di quella serie di gesti impensabili in altra situazione come ad esempio prendere il sole in terrazza oppure pulire finanche il tetto e stare per ore seduto al computer per collegarsi con amici e parenti. Si ha l’impressione che piuttosto che spegnere la telecamera si preferisca tenerla accesa per testimoniare l’eccezionalità dell’evento con immagini che diventano surrogato di altre. Immagini giocate sul registro di quella salvifica ironia un po’ mediterranea, ma comunque concettualmente simili a quelle di Segre nel film già citato. La forzata immobilità fa emergere il desiderio di riflettersi nel cinema e di far diventare, sempre attraverso le immagini, ciò che è e resta assolutamente privato, affidato, invece, ad una testimonianza che abbia il pregio di durare nel tempo. Proprio quello stesso tempo che grazie al cinema non diventa vuoto da riempire, ma pieno da raccontare recuperando anche il senso degli affetti, come accade a Moutamid. È il cinema forzatamente privato di questi tempi, quando i progetti si rinviano e i desideri mutano. La gentrification può aspettare e tutto ciò che sembra urgente e improrogabile trova soluzione semplice e quotidiana in questo mondo che ha rallentato la sua corsa. Le immagini si fanno quotidiane, consuete e il cinema resta un duttile strumento che si adatta a questa nuova forma del tempo.

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