Il punto di equilibrio vero di Brotherhood, il film documentario di Francesco Montagner visto a Locarno 74 in Cineasti del Presente, sono le capre. In un certo senso sono come un oggetto transazionale che lega questo padre severo, Ibrahim, un predicatore radicalista islamico, condannato a due anni di prigione per proselitismo terrorista, e i suoi tre figli, Jabir, Usama e Uzeir. Siamo in un villaggio bosniaco e Montagner ha scovato la storia di questi ragazzi in un servizio giornalistico: un padre predicatore islamico accusato di terrorismo e i suoi tre figli, rimasti a casa da soli in un periodo che li vede uniti nella loro fratellanza, ma anche divisi perché differenti, ognuno con la sua età ma tutti in bilico su ciò che si attendono dalle loro vite. In questa dinamica, dominata dalla presenza/assenza forte e determinante del padre e governata dalla prossimità affettiva e psicologica dei tre fratelli, l’obiettivo di Francesco Montagner si è fissato, durante i quattro anni trascorsi in Bosnia, sulla ricerca di quello spazio di relazione invisibile che solo il cinema, con la sua pulsione temporale implicita, sa ottenere.

 

 

Lo studio che Montagner applica al ritratto d’adolescenza incastrata nel qui e ora di questi tre ragazzi, focalizza il tema dell’obbedienza a un padre assente che rappresenta la dirittura morale ed esistenziale per la loro giovane età, ma si pone soprattutto in ascolto del dissidio naturale tra l’aspirazione esistenziale e il pragmatismo realista. In questo schema sono proprio le capre a rappresentare il punto solido, concreto, tangibile dell’equilibrio su cui si muovono i tre ragazzi: Il gregge da accudire è il compito che Ibrahim ha lasciato a Jabir, il più grande dei tre figli, quello maggiorenne che ha la responsabilità della casa e che in quelle bestie trova la sua ragione d’essere, lo spazio condiviso non solo col padre ma anche coi fratelli. Solo che Usama ha istanze differenti, sogna una sua vita a parte, vuole andare via, mentre il più piccolo, Uzeir, è ancora un bambino che ha difficoltà a studiare sia a scuola che in casa, dove deve apprendere il Corano e la preghiera. In tutto questo Francesco Montagner si dispone seguendo la migliore tradizione del documentario d’osservazione (che tra l’altro insegna a Praga, alla FAMU, dova ha pure studiato), quindi implicando un rigore estetico che è frutto di una posizione ideale e di una prassi operativa molto precisa. Questo, in Brotherhood, si traduce di uno spazio visivo molto misurato, in una profondità di campo che tiene a fuoco i tre fratelli ognuno in se stesso ma anche nella condivisione di momenti che uniscono o dividono. E poi le capre, che sono la materia concreta che consolida il loro tempo nel presente, spingendo ai margini il passato e il futuro, ovvero l’obbedienza al padre e la proiezione nell’avvenire.

 

 

L’altra ancora quotidiana, anch’essa incarnazione del padre assente, è la preghiera, la lettura del Corano, in cui si distilla sia la loro posizione identitaria (l’Islam come comunità e cultura, oltre che religione) che la visione problematica di quell’integralismo in nome del quale il padre sta scontando, in buon ordine senza alcun senso di ribellione, la sua pena. Montagner costruisce questa rete tematica e figurativa con una precisione che sa essere lucida e istintiva allo stesso tempo, mantenendo un controllo sulla materia che osserva che è funzionale alla sua ricerca estetica e alla sua dirittura autoriale. Va detto che forse una certa imprudenza avrebbe dato al film un punto di fuga ulteriore, aprendo magari un dialogo con la flagranza di alcuni momenti che qua e là appaiono un po’ schematici o meramente descrittivi. Il fatto è che probabilmente, al di là dell’ammirazione e del compiacimento per film belli e importanti come Brotherhood, una cosa di cui si inizia a sentire il bisogno anche nel migliore cinema del reale è la ricerca di un certo disequilibrio, capace di liberare un po’ quel rigore che altrimenti rischia di diventare quasi una posizione ideologica degli autori.

 

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