È un film che esisteva già in altra forma, Italia K2. Riprese di Mario Fantin. Ma ora la Cineteca di Bologna (in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia e con la Cineteca del CAI) ne ha realizzato una versione che più si avvicina alla sua essenza, al modo in cui la pensò l’autore, appunto Mario Fantin (1921-1980), giovane bolognese che dopo la guerra, con un diploma da ragioniere in tasca, scelse di diventare un esploratore con la macchina da presa. In questa veste, Fantin si trovò a essere il cineoperatore della celebre spedizione di Ardito Desio, che nel 1954 conquistò il K2, da allora nota (un po’ pomposamente) come “la montagna degli italiani”. Utilizzando cineprese 16 mm di dimensioni e peso diverso – per adattarsi alle diverse condizioni climatiche e alla fatica crescente causata dalla mancanza progressiva di ossigeno – Fantin effettuò personalmente tutte le riprese fino a 6560 metri, altezza che al tempo rappresentava un formidabile record per le riprese in alta quota. Quindi, istruì gli alpinisti che sarebbero saliti ulteriormente, per documentare su pellicola anche la scalata finale, sia pure per interposta persona: furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli – i due che raggiunsero effettivamente la vetta, a 8611 metri di altezza – a filmare con una minicamera a molla dalla cima della seconda montagna più alta della Terra. L’eco dell’impresa fu tuttavia tale che un documento per immagini spoglio come quello realizzato da Fantin parve poca cosa a chi voleva invece conferire una dimensione epica alla conquista sportiva, che dava senza dubbio lustro a un Paese bisognoso di simboli positivi. Fu perciò contattato un regista di esperienza cinematografica (e teatrale) come il trentino Marcello Baldi, a cui si chiese di confezionare un’opera celebrativa, partendo da quello stesso materiale: costui lo fece con la dose di retorica richiesta dall’occasione, inserendo in Italia K2 anche sequenze di complemento girate in Italia e voci fuori campo, ottenendo comunque ottimi riscontri al botteghino, dopo la proiezione inaugurale del 25 marzo 1955, alla presenza del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi.

 

 

Quello visto a Trento è un film che ritorna alle riprese di Fantin, rimontate da Andrea Meneghelli, con l’intento di ricondurci alla purezza originaria dello sguardo propria del cineoperatore felsineo, “osservatore inosservato” (anche) sul Karakorum; un regista che riprendeva ciò che gli stava intorno con curiosità genuina, desideroso di far conoscere, di far capire persone e situazioni, mai “corrotto” dalla voglia di porre sotto l’egida dell’eccezionalità qualcosa che si svolgeva in maniera naturale sotto i suoi occhi. Per cui, escluso il parlato (ma conservando quale commento sonoro le musiche per coro e orchestra di Teo Usuelli), tocca alle immagini – corredate da didascalie e sottotitoli asciutti – il compito di restituire la vera emozione dell’avventura. È tradizionale, ma efficace, la maniera con la quale l’autore persegue il proprio atteggiamento etico, fa acclimatare lo spettatore al pari dei protagonisti: dapprima presenta l’ambiente e la popolazione pakistana, quindi i portatori (di etnia Balti in principio, Hunza per l’alta quota), per concentrarsi infine sul gruppo dei “cavalieri che fecero l’impresa”. Non c’è ovviamente traccia delle polemiche che avrebbero funestato l’impresa nei decenni a venire, contrapponendo  Compagnoni, Lacedelli e il capo spedizione Desio da un lato, Cesare Bonatti dall’altro, e per le quali sarebbe giunta solo nel 2007 una “verità ufficiale”. Al documento – di eccezionale valore storico e umano – il Festival ha associato anche un corposo omaggio a Fantin medesimo, programmando 9 cortometraggi che rendono perfettamente conto della sua traiettoria professionale, e allestendo una mostra intitolata Senza posa. 

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