Arrivati all’ennesima trasposizione in live action di un classico animato disneyano, la strada dovrebbe ragionevolmente apparire in discesa, ma, al contrario, Mulan ha incontrato parecchi ostacoli sul suo cammino, provocando numerose polemiche e controversie. Se possiamo ragionevolmente derubricare a fisiologico chiacchiericcio da social i malumori dei fan per le differenze che il film mostra rispetto alla versione animata – la storia, dopotutto, si basa su una leggenda che ha già goduto di numerose trasposizioni e di cui questa non è che l’ennesimo epigono – sono decisamente più pregnanti le richieste di boicottaggio per le dichiarazioni dell’attrice Liu Yifei, schieratasi con le azioni repressive della polizia nell’ambito delle più recenti proteste di Hong Kong. Buon ultima è poi arrivata la decisione della Walt Disney Pictures di distribuire il film in streaming sulla sua nuova piattaforma, scatenando le rimostranze degli esercenti cinematografici, che contavano sul richiamo del titolo in sala per far fronte al periodo di fortissima difficoltà conseguente l’emergenza sanitaria. Osservando dall’esterno questo magmatico insieme di dinamiche, non può non saltare alla mente come in fondo la storia continui a ruotare proprio attorno a una problematicità identitaria che già aveva interessato la versione animata. Sebbene oggi l’eco delle discussioni all’accoglienza si sia placato per effetto della prospettiva storica, la versione di Tony Bancroft e Barry Cook, uscita nel 1998, non mancò di suscitare divisioni, insieme agli altri lungometraggi coevi (come Pocahontas o Il gobbo di Notre Dame) che tentavano di rivedere il canone disneyano attraverso storie meno formulaiche, con protagoniste anche più umbratili o narrazioni non necessariamente legate alla presenza del lieto fine.

 

 

L’effetto di questo amalgama offre pertanto il maggior punto di interesse dell’operazione, che, nel rivitalizzare un primigenio esempio di eroina distante dal classico canone della “Principessa Disney”, si inserisca anche nel tentativo di ibridazione culturale che interessa il cinema hollywoodiano attuale, ansioso di aprirsi alla diversità etnica, alle tematiche legate alla parità fra i sessi e alle contaminazioni con generi distanti dalla tradizione americana. In questo senso, Mulan si presenta come la fenice che risorge dalle ceneri di un humus culturale rivisitato (letteralmente: l’animale mitologico è il simbolo dell’eroina e una sua versione stilizzata ne accompagna le imprese) e gioca l’appetibile carta della sintesi fra racconto di formazione al femminile e wuxiapian cinese. Lo dimostra anche il ricco parterre di interpreti dalla grande tradizione marziale, da Jason Scott Lee – non un marzialista in senso stretto, ma comunque legato al celebre biopic di Bruce Lee, Dragon – per poi proseguire con leggende di Hong Kong come Jet Li e Donnie Yen, fino alla grandissima Cheng Pei Pei che rimanda al fondativo Le implacabili lame di Rondine d’Oro del Maestro King Hu. La storia, non a caso, pur seguendo la traccia portante del racconto originale – con Mulan che si arruola nell’esercito imperiale per impedire la coscrizione dell’anziano padre, facendosi passare per un uomo – opta per un registro magico e in linea con la grande tradizione delle eroine speciali wuxia. Nello specifico, Mulan dimostra fin dall’infanzia un Qi (l’energia interiore) di livello superiore, che trova estrinsecazione in un’abilità sopraffina per le arti marziali. La lotta fra le due fazioni dell’impero e i barbari rouran troverà poi uno sbocco particolarmente personale per Mulan, opponendola alla strega Xian Lang, altra donna dai poteri speciali che però ha messo le sue abilità al servizio delle arti oscure. Il femminile diventa così questione di diversità e specialità rispetto a una società orientata su dinamiche tutte al maschile, in cui le due antagoniste incarnano un punto di vista altro, ma si pongono al contempo obiettivi divergenti: per Mulan è onorare la tradizione di una famiglia, sì patriarcale, ma in cui il padre accetta e incoraggia silenziosamente la sua forza e il suo Qi così speciale. Per Xian Lang è il rovesciamento dell’impero in nome di una società più egualitaria che accetti la diversità del femminile.

 

 

È chiaro già da queste note come l’ibridazione linguistica e dei generi trovi terreno fertile e in questo senso dispiace notare come purtroppo la regia di Niki Caro dimostri una totale mancanza di idee nella messinscena dell’azione, interessata com’è a riprodurre una Cina calligrafica e da cartolina, con colori ben definiti (forse un retaggio dell’originale ispirazione animata) e duelli poco elaborati, sviliti anche da un uso scolastico e gratuitamente estetizzante del ralenti. Mancando completamente l’occasione di lavorare sullo stile dei generi presi in esame, resta una storia poco convenzionale nella progressione drammaturgica ed esemplificativa rispetto alle istanze poste in essere dal plot. In tal senso, la personalità debordante della Xian Lang di Gong Li viene volutamente depressa per lasciar emergere la Mulan di Liu Yifei, ma non riesce ugualmente a cancellare l’evidenza di una protagonista acerba, ancor più a confronto con l’ottimo mestiere della più illustre collega, capace di tratteggiare un personaggio memorabile con poche pennellate. D’altra parte, questa precisa scelta di campo è il degno complemento a un’opera che, nel voler apparire rivoluzionaria, si rivela invece assolutoria nei confronti di ogni autorità (quella paterna, quella militare e quella politica), e asseconda la specialità del femminile soltanto quando è ben incanalata in una narrazione (e in una società) molto tradizionale. Un po’ come quella distribuzione in streaming, così apparentemente rivoluzionaria, ma in realtà di visioni tanto ristrette di fronte all’esperienza condivisa della visione in sala.

 

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