C’è sempre una seconda prospettiva da cui inquadrare le cose. Lo afferma e lo capisce a sue spese Scott, nuovo protagonista disallineato su cui punta il suo sguardo empatico Judd Apatow per il suo sesto lungometraggio da regista. Ed è una regola che vale per lui, quanto per ogni personaggio che costituisce il suo piccolo universo, nel confine a sua volta delimitato di Staten Island, New York. In questo regno Scott è il perdente per eccellenza, vive all’ombra di un padre pompiere morto da eroe e dunque modello irraggiungibile, di una sorella che ha subito le sue angherie ma ora è pronta a rifarsi una vita al college, e di una madre che sta per trovare un nuovo amore… che neanche a dirlo è pure lui un pompiere! Di fronte a questo placido turbinare di eventi, Scott oppone l’indolenza di quell’età anch’essa “doppia”, in cui si è già troppo avanti per non avere un obiettivo e ancora troppo indietro per decidersi davvero a fare qualcosa. Così, fra un’amica con cui fa sesso senza decidersi mai a formalizzare una relazione e un gruppo di compagni che si riuniscono in uno scantinato per fumare erba e progettare il nulla, il nostro sogna di aprire un improbabile risto-tatoo in cui cucinare e dare sfogo al suo interesse per i tatuaggi (definirlo “talento” sarebbe un po’ troppo perché anche in questo campo non si è mai applicato davvero).

 

 

Con la consueta empatia che contraddistingue il suo sguardo complice verso i perennemente indecisi, Apatow crea un microcosmo di relazioni dove la battuta più facile si sposa sempre a un risvolto amarognolo, e le certezze granitiche dell’indeciso Scott si dovranno giocoforza scontrare con la complessità di animi umani definiti e in grado di apportare tanti piccoli scossoni, necessari alla sua formazione e rinascita. In questo modo il film stabilisce un ritmo anch’esso “doppio”, frenato ma sempre in movimento, come la loquela inarrestabile di Scott contrapposta alla sua figura sempre rallentata, stanca, annoiata dal vivere ma furente verso chi gli sta intorno e da cui sembra pretendere sempre qualcosa che nemmeno lui capisce. È insomma una rivoluzione gentile, quella che Apatow mette addosso al suo personaggio, in cui la descrizione degli eventi è netta, ma lo sguardo è tenero e il classico confronto con le realtà più istituzionali è divertito ma sferzante: come quei duelli per il possesso delle mance imposti ai dipendenti del ristorante per cui il nostro lavora, paradossali ma anche lucidissimi nel tratteggiare le coordinate di un mondo che ti mette sempre sotto esame. Capiamo in questo modo che, seppur abbastanza costretto in narrazioni delimitate e in larga parte in interni, il film respira molto delle contraddizioni di un luogo “chiuso” sebbene iscritto nella grande città, caratterizzato dalla pulizia dei viali e dalle classiche villette in stile coloniale, ma capace di risultare alienante e che non sfigurerebbe perciò in un’opera delle Coppola (Sofia o Gia).

 

 

La doppiezza più sorprendente, però, è che questa storia è al contempo un biopic e un what if: perché Scott è Pete Davidson, comico del Saturday Night Live che ha realmente perso il padre pompiere in azione (nei fatti dell’11 Settembre) e che stavolta immagina cosa sarebbe stata la sua vita se avesse deciso di non intraprendere la carriera attoriale per lasciarsi invece affondare nei problemi del suo microcosmo d’origine. Di fronte a questo mettersi a nudo di fronte alla macchina da presa, però, a colpire non è soltanto la sincerità con cui Davidson irride il mondo e si analizza, ma soprattutto quanto generosamente riesca a lasciare il giusto spazio ai suoi comprimari, in grado di definire caratteri completi e cui ci si affeziona in un soffio. E così, il simbolico attraversare la baia per giungere nella grande città su cui il percorso tradizionalmente si chiude, non avviene tanto per il proprio riscatto, ma per accompagnare l’amica/compagna verso il colloquio di lavoro. Che neanche a precisarlo è un momento tenerissimo ma anche goffo, duale come tutti i percorsi di questa vita ordinariamente straordinaria.

 

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