Che ci siano stati negli anni vari punti di contatto fra le due icone mostruose più celebri al mondo è cosa nota ai più, ma se nel 2021 si celebra il loro rinnovato scontro sullo schermo è perché in fondo, nonostante i vari corteggiamenti e tentativi del caso, questa è solo la seconda volta che il cross-over trova infine compimento (il primo, Il trionfo di King Kong, di Ishiro Honda, era del 1962). Avviene nella forma dello showdown evento al culmine di una fase di avvicinamento lunga quattro film, secondo una più recente regola dello storytelling, che peraltro – ed è un paradosso davvero interessante – riprende la formula dell’”universo” di fiction che proprio i classici film di Godzilla avevano contribuito a fondare, rappresentando uno dei più antichi e longevi esempi cinematografici sul tema (il secondo per importanza almeno dopo quello dei Dracula/Frankenstein/Uomo Lupo della Universal… alla fine sempre ai mostri si torna). Di paradossi è in fondo giustamente pieno Godzilla vs Kong, che arriva da noi in streaming sulle varie piattaforme, pur essendo il film che ha riportato il pubblico al cinema in tutto il mondo dopo i disastri della pandemia (con l’Italia a fare da isolata Skull Island dell’eccezione). Ma anche per il suo ambientarsi in un futuro di macchine avveniristiche, multinazionali in grado di costruire robot giganti e metropoli illuminate al neon per raccontare però una storia già avvenuta (lo scontro fra i due Titani) sullo sfondo di un’avventura che guarda al classico Jules Verne di Viaggio al centro della Terra. Qui come lì il mondo è infatti cavo, con un intero ecosistema al suo interno, per accedere al quale viene scomodato Kong dalla sua isoletta, innescando in tal modo l’antica rivalità con un Godzilla insolitamente riportato nel ruolo del “cattivo” (come era alle origini del suo mito, nuovamente). La ricomposizione dei pezzi sarà affidata all’atto finale, in cui scopriremo che l’ira del sauro atomico è figlia di un errore causato dalla solita hubrys umana, che vuole riguadagnare il suo posto al vertice della scala evolutiva messo in crisi dalla comparsa dei mostri.

 

 

All’interno di uno schema che finora, pur mantenendo una sua coerenza narrativa, ha privilegiato comunque un punto di vista più spiccato dei rispettivi autori – il Gareth Edwards di Godzilla, il Jordan Vogt-Robers di Kong: Skull Island e il Michael Dougherty di Godzilla II: King of the Monsters – il nuovo Godzilla vs Kong si affida al buon mestiere di Adam Wingard, che non a caso è anche il più prolifico tra i colleghi, e proviene da una carriera articolatasi tra film indipendenti (The Guest), trasposizioni di manga (Death Note), sequel horror (Blair Witch), e qui trova il suo primo blockbuster. A lui il compito di dirigere il film più “industriale” del lotto, abbastanza sbrigativo nella gestione dell’intreccio, in favore di grandiose scene d’azione: che sono le migliori mai viste in un film del genere, per complessità delle prospettive, varietà dei punti di vista e interazione con gli elementi circostanti, l’acqua, la terra, il cielo, il ghiaccio, in un caleidoscopio di situazioni non soltanto brutali come uno scontro di wrestling ed eccessive come logica dei blockbuster richiede, ma anche capaci di dare vita a uno spettacolo che lavora sulla forza espressiva del colore. L’attenzione di Wingard a questi elementi è testimoniata da una mano attenta a esaltare proprio l’ampiezza e il gigantismo delle location e dei gesti dei mostri, mai così espressivi e vividi nella caratterizzazione. Se ne avvantaggia Kong, autentico cuore pulsante dell’operazione, anche e soprattutto in virtù della sua empatica interazione con la bimba sordomuta Jia: ulteriore paradosso di una storia che, pur nella scala planetaria della vicenda, scandita dal fragore delle armi e dai ruggiti dei Titani, trova poi gli unici momenti di tenerezza in un rapporto silenzioso e fatto di semplici gesti fra due esseri di dimensioni opposte – e dove spesso, si noti, il commento più genuino arriva dai brani della colonna sonora. Come a dire che in fondo il vero conflitto non è fra il gorilla e il dinosauro, ma tra l’apparenza fragorosa delle cose e una verità primigenia da ritrovare, un legame da ristabilire, un ordine da riscrivere quasi come un cinema che spinge al massimo le potenzialità tecniche del presente, ma in fondo guarda a dinamiche molto più antiche, da cinema del muto.

 

 

È un po’ il trait d’union fra cuore e istinto, Kong e Godzilla, film di mostri classico e macchina da guerra dell’industria hollywoodiana attuale di questa pellicola scomposta eppure molto lucida, e in definitiva parecchio appassionante. Il paradosso finale è comunque l’estrema esemplificazione: Godzilla vs Kong è una storia “piccola” su scala gigante, concentrata su poche figure in una folla di comprimari trattati con un disinteresse anche eccessivo – si pensi al giovane scienziato Serizawa, ansioso di vendicare la morte del padre, sacrificatosi per aiutare Godzilla nel film precedente, uno spunto che poteva dare vita a un subplot molto più articolato e interessante. In questo senso, forse, Godzilla vs Kong è un po’ troppo accondiscendente verso il suo pubblico, ma riesce almeno a non soccombere nel cinismo dell’operazione autoreferenziale, proprio in virtù dell’empatia che dimostra nel confronto con la tradizione e la verità dei suoi mostri.

 

 

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