Se davvero esiste un’ottica femminile, una possibilità di interpretare altrimenti gli eventi, I figli degli altri di Rebecca Zlortowski, in Concorso al 79esimo Festival del Cinema di Venezia, costituisce la prova ultima e determinante della sua esistenza. Non tanto per il tema di fondo del film che, come vedremo, è prettamente femminile, ma soprattutto per le qualità del suo personaggio, per le sfumature con le quali la regista franco-polacca affronta la sua Rachel mentre attraversa le vicissitudini previste dal racconto. Rebecca, di religione ebraica, è una insegnante alle soglie dello scadere del tempo offertole dalla natura per avere figli e la sua condizione di libertà sentimentale se in fondo può costituire un vantaggio, diventa, sotto questo profilo, anche un ostacolo per la realizzazione del suo segreto desiderio. Conosce Alì separato e la piccola Leila, sua figlia. Il loro rapporto sembra solido poiché fondato su un assoluto rispetto delle reciproche esigenze. Ma un giorno Alice, la moglie di Alì, con la quale Rachel istituisce un buon rapporto, propone ad Alì di tornare insieme. I figli degli altri se non si distingue per particolari caratteristiche legate a una peculiare originalità del racconto o della messa in scena, è però un film nel quale il costante e incessante lavoro sulla psicologia del personaggio principale, ottimamente interpretato da Virginie Efira, restituisce ottimi risultati attraverso un ininterrotto pedinamento dei suoi sentimenti, delle sue illusioni e delle inevitabili delusioni.

 

 

Rachel è il suo desiderio di maternità, una aspirazione che resta inalterata anche quando fa lezione o deve affrontare, da insegnante, i giudizi sui suoi alunni più incontrollabili e difficili. Ma il punto di svolta o la chiave di volta del film è rappresentato dal suo rapporto con la piccola Leila. Un rapporto di solidarietà e di piccole, ma intense attenzioni, una cura amorevole da parte di Rachel che si esprime in una prospettiva difficile da ritrovare altrove e peraltro attraverso una credibilità che nasce dallo sviluppo progressivo dei caratteri del personaggio in una escalation di generosa disponibilità, tanto da acquisire, quasi di diritto, il privilegio di un riconoscimento filiale da parte della bambina. Un riconoscimento che sembra doversi interrompere, ma che invece, si comprenderà, resterà inalterato nel tempo. Il piccolo segreto di questo film, dotato di una sua singolare forza interiore che forse nasce anche dall’attenzione a ogni intimità dei personaggi, è quello di avere, con discrezione e quasi in punta di piedi, mutato le prospettive di sguardo in una delle tante storie che hanno come scenario quello degli amori maturi e misuratamente clandestini, quegli amori che nascono e crescono all’ombra di un passato sentimentale non trascurabile per uno o per entrambi i personaggi. Rebecca Zlotowski, rispetto alle consuetudini, sposta il baricentro del suo racconto e conferisce al suo personaggio i caratteri di una donna consapevole e comprensiva, determinata e amorevole, ma anche pronta a farsi moderatamente da parte nel rispetto del passato del suo compagno.

 

 

Ma il risultato maggiore che ottiene da questo attento lavoro di costruzione del personaggio di Rachel è quello della progressiva maturazione e trasformazione del suo desiderio di maternità. Un desiderio inappagato e scandito dalle frequenti visite dell’anziano ginecologo, un inatteso Frederick Wiseman, che diventa più che il suo medico di fiducia una specie di amorevole tutore che l’aiuta nel difficile percorso di una implicita, quanto maturata cosciente rinuncia alla maternità. È questo che intendiamo quando parliamo di mutamento della prospettiva, cioè di quell’invisibile componente della narrazione, che nessuna scuola può insegnare e che diventa ingrediente segreto ed essenziale della narrazione, per cui l’evento già visto, il racconto già narrato, sa diventare altro, sa assumere altri e diversi connotati riuscendo a raccontare ciò che poco (o, a volte, anche male) si era fino a ora raccontato. Il film sa, in altre parole, abbandonare la consuetudine delle solite finalità cui storie del genere sono destinate come ad esempio la disperazione o altre forme estreme di dolore, per trasformarsi in materia dell’intimità del personaggio che sa raccontare il difficile maturare della consapevolezza di una mutata condizione, finendo con il colorare di sé la storia, le sequenze, le piccole vicende che nel film si accavallano, rimanendo elemento costante di una narrazione che diventa anche avvincente. Non è per nulla banale o di piccola entità un risultato del genere. Se il cinema, in fondo, riesce, in questi tempi così difficili, a infondere un po’ di ottimismo o, forse, meglio, di concepire lo sguardo attraverso una sua autentica grazia, quella stessa che ritroviamo nel definitivo e luminoso sorriso di Rachel giunta alla definitiva maturazione del suo posto nel mondo, ha già ottenuto un ottimo risultato.

 

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