Sconfitti da una vita che non hanno vissuto, i poveri eroi di Bonifacio Angius si ritrovano stavolta senza strada da percorrere, confinati nelle loro cattive coscienze immacolate, in un dramma da camera che scaturisce idealmente (senza mai davvero citarlo) dal lockdown del nostro scontento. Non è dato sapere dove ci portano queste sgraziate sagome dell’umano distanziamento esistenziale che animano I giganti (visto in Concorso a Locarno 74): il loro dolore nasce proprio dalla mancanza di una storia, la loro squinternata disperazione è frutto della più classica e decadente inazione, lo svilimento dell’esserci nello svelamento del non accadere… Un autore come Bonifacio Angius lo aspettavamo, necessario a restituire carne, sudore, materia viva e pulsante alle psicologie dell’esistere d’appartamento da cui siamo occupati: come i precedenti, anche I giganti è un film fatto di materia grezza, di fango sbattuto su una tavolozza e reso operativo rispetto al nostro senso quotidiano, ai significati che ci portiamo dentro nelle stanze oscure. E soprattutto rispetto al Cinema, che è l’oggetto su cui concretamente si concentra il fare di questo regista…

 

 

Urticante, dolce, incazzato e disperato come sapeva essere Marco Ferreri, disincarnato nella tristezza della sconfitta acquisita a tavolino dai suoi eroi: questo è Bonifacio Angius e questi sono gli eroi privi di grazia che animano I giganti. Che non sono quelli eponimi, sia chiaro: i quattro amici che si ritrovano per una grande bouffe di droghe sono tutt’altro che giganti, sbeffeggiano la loro umanissima miseria in un giorno di gloria a porte e finestre chiuse, nella casa del più disincarnato di loro, Stefano (Stefano Deffenu), che è anche la voce narrante del film. È lui l’ospite inconsapevole di una rimpatriata destinata a evocare i fantasmi delle loro sconfitte: la gente dice una cosa e poi ne fa un’altra, ripete come un mantra Stefano, ricordando una promessa d’amore tradita sotto i suoi occhi una sera al bowling. Ed è proprio nello spazio tra il dire e il fare che si collocano le amarezze di questi indifferenti da subprovincia: Andrea arroga una sicurezza patetica da maschio alfa, così come Piero veste l’orgoglio del politico da elezioni (sono Stefano e Michele Manca, qui efficaci in versione drammatica), mentre Massimo (interpretato dallo stesso Angius) guarda la scena con una profondità di campo che lo rende pericolosamente lucido di spirito e perfettamente complementare all’assenza alienata di Stefano. Ognuno di loro ha una storia rimossa, una rivendicazione, un rimprovero o un’amarezza. Ma quelle che entrano in campo sono solo storie di donne venute a mancare: come per Stefano, anche Massimo ha il tarlo di un amore evaporato fatalmente, una moglie che l’ha lasciato e tiene con sé la figlia. Non sono giganti, questi quattro poveri eroi, e la loro storia di fango, sudore e polvere da sparo (già, perché c’è una pistola in scena…) è piccola, banale ovvero esorbitante agli occhi del quinto personaggio, Riccardo (Riccardo Bombagi, notevole: lo vedremo presto accanto a Toni Servillo in Ariaferma di Leonardo Di Costanzo), il fratello che Piero ha portato con sé, molto più giovane di loro, uno squarcio di vita ancora in corso rispetto alla loro palese sconfitta. Riccardo osserva, studia e coltiva il distacco tra accettazione e rifiuto della sconfitta alla quale è anche lui fatalmente destinato: i giganti, quelli veri che bussano alla porta, li evoca lui con la sua fantasia allucinata e sapranno spalancare i battenti di un film che è un contratto di subaffitto stipulato nella casa della vita tra la consapevolezza della sconfitta e l’attesa della fine.

 

 

Ma ciò che va sottolineato è che, essendo I giganti un film di Bonifacio Angius, in tutto questo non c’è traccia di esistenzialismo o di psicologismo: tutto è materia drammatica allo stato puro, archetipale, dotata della potenza dei miti antichi senza che questo significhi nulla di artificioso o simbolico. Angius filma con la flagranza di chi fa Cinema, non cerca scorciatoie né perifrasi, va diretto allo scopo e fa film che sono oggetti drammatici netti, precisi, fatti di carne, di sangue e di luce, per questo capaci di aprire ferite senza farle sanguinare né cicatrizzare. Le mostra e le osserva con passione e compassione, anche con una certa ironia, quella degli sconfitti che hanno superato il trauma e guardano la propria immagine stesa lì a terra, esausta e forse già esanime. Non stupisce che Angius incarni un po’ tutto il suo film, lo raccolga in sé, in qualche modo lo occupi magnificamente: lo scrive, produce, dirige, interpreta, fotografa, monta, musica (i brani musicali latineggianti sono suoi): quando si dice l’indipendenza come atto concreto, fattuale, e non come categoria produttiva del sistema… I giganti è materia cinematografica pura in cui il suo autore ha bisogno di mettere le mani sino in fondo per tirarne fuori la sostanza vera.

 

 

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