Un grumo familiare, storie di legami di sangue riarsi nell’arsura galiziana: Trote, opera prima dello spagnolo Xacio Baño (a Locarno 71 in Cineasti del Presente), impasta tradizioni popolari e conflitti dell’istinto nel cono d’ombra di una famiglia intransitiva, labirintica, oppressa in se stessa. La madre morente è sullo sfondo, mentre il padre quasi non ti accorgi che c’è, preso più dai preparativi per il rito della “rapa das bestas” (il rituale galiziano di cattura e taglio della criniera dei cavalli semiselvatici) che dal dolore per la moglie. E poi ci sono i due figli, fratello e sorella: lei che sta coi genitori, lavora e ha una storia col fornaio del paese, ma soprattutto rumina una solitudine che la curva in una rabbia pronta allo scatto e alla (voglia di) fuga; lui che invece è il ritratto della sua gente, essenziale, rude e autoritario, centripeto, tornato per qualche giorno a casa dei genitori e destinato a governare il difficile transito attraverso il dolore per la madre.

La scena sembra ben codificata, ma Xacio Baño lavora sui muscoli e sui nervi di questa storia, sfrondando ogni sovrastruttura psicologica, lasciando i personaggi aggrappati alla loro natura, all’istinto essiccato delle loro emozioni, dei vissuti elementari e fondamentali cui appartengono: il patriarcato residuale del fratello, la necessità di fuga della sorella, la ritualità arcaica della “rapa das bestas” preservata dal padre, la vita che cede alla morte della madre… Il film è netto, intagliato, senza ombre, rude come i suoi personaggi eppure capace di una dolcezza recondita nel rapporto che sa creare con l’urgenza interiore dei vissuti. Senti un’intelligenza istintiva e rude nel filmare di Xacio Baño, la capacità di definire il rapporto tra la verità del setting e l’antica geometria delle relazioni in campo. Lo profondità prospettica è data dal tempo assoluto della rito popolare su cui il film si apre e si chiude: simbologia esplicita di una libertà selvatica da addomesticare in cui si rispecchia l’istinto della sorella, protagonista rimossa eppure persistente di un’opera che si struttura sul suo confronto diretto e costante col fratello: unità e differenza, contrasto e relazione, libertà e fermezza… Il film si apre sulla chiamata a racconta del popolo del borgo per il rito e si chiude repentinamente nel recinto in cui i puledri vengono costretti e privati della criniera. In mezzo c’è la massa dinamica di una storia familiare scritta su personaggi centripeti, radicali e senza una vera linea di fuga. A Cineasti del Presente un altro regista da tenere presente.

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