L’amore per il mare non fa necessariamente il marinaio: si può riassumere con questa massima il fulcro umano e artistico di Beachcomber, secondo lungometraggio di Aristotelis Maragkos, che intreccia il vissuto personale dell’autore con spunti dalla cultura greca, a partire dalle opere del poeta simbolista (e navigatore) Nikos Kavvadias. Protagonista è infatti Elias, uomo che intrattiene gli astanti del locale che frequenta la sera, con i racconti di mare ereditati dal padre disperso nelle acque, mentre sogna l’occasione che gli permetterà di vincere quell’atavica paura che l’ha ancorato a terra. La trova quando un’esondazione del lago vicino riporta a galla il relitto di una barca a motore: Elias decide di restaurarla per poi prendere il largo, e viene aiutato da alcuni amici, affascinati dall’impresa, dal suo entusiasmo e forse anche dalla capacità affabulatoria dei suoi racconti. Il tutto mentre la realtà preme alle sue porte: alle spalle ha infatti una condanna che ora lo porta a vivere in regime di libertà vigilata, una madre che soffre di demenza, mentre lavora per uno sfasciacarrozze da cui cerca di sottrarre i materiali per il restauro, confidando di finire in tempo perché l’arrivo dell’alta marea gli permetta di prendere il largo, lasciandosi ogni problema alle spalle.

La componente mitopoietica diventa quindi un tutt’uno con l’approccio scelto da Maragkos per il suo film, che beneficia anche del suo passato da videomaker: non sono solo i piani di realtà a intrecciarsi costantemente, ma anche il lavoro sulla tessitura stessa del film, in cui il reale si mescola alle percezioni soggettive del personaggio, mentre la pastosità dell’immagine si scompone e stratifica attraverso inserti visivi e “salti” da ripresa in vhs, proposti senza soluzione di continuità, spesso anche all’interno dei momenti “veri” della storia. Elias, insomma, è un tutt’uno con le sue percezioni, i sogni che nascono dai timori e che non riescono mai a disgiungersi dagli stessi, donando al film una cupezza immaginifica, un tormento gioioso che è sostanza di un percorso avvitato su sé stesso (di fatto non ci sarà un’autentica catarsi) ma quanto mai lirico e capace di affascinare lo spettatore. In questo senso vanno letti anche i rovesciamenti prospettici di un racconto proiettato verso “il momento in cui il cielo si capovolge” (con Elias che si libra in aria in una delle tante visioni oniriche che costellano il film) e che compongono un’opera di mare ambientata a terra, in una Grecia aspra e spesso notturna, dove i pesci finiscono all’asciutto, su avvallamenti cosparsi di sale, presso un relitto che può costituire l’unica speranza di sogno e salvezza.

Il fatto che l’imbarcazione utilizzata per girare le scene sia stata in passato un autentico trasporto per migranti, ispessisce il sistema delle risonanze e dei ribaltamenti, ricordandoci come quel mare tanto anelato nella sua forza mitica è anche materia della nostra storia e cronaca odierna, in cui il perdersi ha una connotazione molto meno poetica. In questo senso, il viaggio interiore e proteso verso il nulla di Elias, assume una connotazione d’autore politica molto più forte e in grado di disegnare prospettive umane e vivificatrici di grande merito artistico. I “beachcomber” del titolo, non a caso, sono i cercatori di materiali da recupero che vagano per le spiagge, ma in gergo marinaresco rappresentano anche chi, in senso dispregiativo, accentra il suo interesse sul mare pur non facendone parte attivamente. Un perfetto punto di prospettiva per questa storia di outsider, di figli protesi verso la memoria soverchiante dei padri, ma destinati a loro volta a diventare genitori di nuove narrazioni. Presentato al Bif&st 2026 nel concorso principale Meridiana.


