Tra horror, cartoon e universo queer: temi e premi del Bref International Short Film Festival di Aosta

Quasi tutto girato negli spazi ristretti di un appartamento (tranne la breve scena iniziale sul marciapiede davanti al palazzo dove abita Riley, uno dei due personaggi, e quella finale nella stanza dove si svolge il colloquio di lavoro tra Riley e gli impiegati di un archivio creato per documentare e catalogare gli abusi subiti dai popoli nativi), The Beguiling (parola che può significare tanto “inganno” quanto “seducente”, e entrambi i termini sono perfettamente appropriati visto quanto accade nel film) è stata la magnifica sorpresa emersa dal denso programma della seconda edizione di Bref – International Short Film Festival di Aosta, manifestazione che, pur neonata, già si pone come punto di riferimento per l’esplorazione del vasto mondo del cortometraggio e di incontro per addetti ai lavori e pubblico partecipe e attivo. Un festival agito dalla passione, dall’entusiasmo, dalla competenza di un giovane gruppo di lavoro e “incorniciato” in un unico ma plurale spazio, Plus, vivace centro culturale di aggregazione per tante realtà realizzate nel capoluogo valdostano. Torniamo a The Beguiling (2024) del regista americano ishkwaazhe Shane McSauby, inserito nella sezione “Creepshorts”, parte del concorso internazionale, composta di otto titoli per un viaggio ibrido e fluido nell’horror, nel freak, nel fantastico, nell’umorismo nero.

 

The Beguiling di ishkwaazhe Shane McSauby (in apertura Sixty-Seven Milliseconds di fleuryfontaine)

 
In quindici minuti, McSauby costruisce un testo sovversivo, che ribalta un punto di vista dato, che si allontana dal politicamente corretto, che crea un’atmosfera claustrofobica partendo da una questione precisa da proporre in maniera del tutto originale e da indagare ricorrendo a soli due protagonisti per un “film da camera” affascinante e disturbante. L’argomento con cui confrontarsi è alto: il genocidio dei popoli nativi, l’espropriazione delle loro terre da parte dei colonizzatori, i soprusi sui bambini compiuti dalle istituzioni ecclesiastiche, il tentativo di riparazione anche se enormemente tardivo. Billy è un nativo, Riley una donna di origini ambigue (“racially ambiguous” la definisce il regista e sceneggiatore) portatrice di un mistero, svelato scena dopo scena, e che incarna prima la seduzione e poi l’inganno. È notte, invita Billy a casa sua per continuare la serata e per non smettere di parlare dei nativi e dell’esserlo, tema che la ossessiona e la cui ossessione si concretizza nel modo in cui ha arredato l’appartamento: una mole di oggetti esotici che richiamano i nativi; in più ogni oggetto di uso quotidiano è stato modificato con tracce di quelle culture, compreso il cerotto (e qui la sottolineatura comica è evidente) che Billy si mette al collo dopo che Riley, in uno slancio di passione (possibile inizio di una scena di sesso che non ci sarà), lo ha morso. Perché Riley è una vampira meticcia che uccide i nativi per impossessarsi – nuova colonizzatrice fingendosi una di loro – delle loro storie e nel farle proprie ingannare gli archivisti conquistandoli con la sua recitazione che la porterà a diventare la responsabile del progetto di cui sopra in un finale crudele e potente che si fa beffa anche del senso di colpa degli americani esibito giusto solo con un cenno (non serve altro, la sintesi è perfetta), mentre il volto di lei, nell’accettare l’incarico, si è trasformato macchiandosi di sangue che cola.

 

Nostalgie di Kathryn Ferguson

 
Il pretendere di essere un nativo, il rubare le loro storie per usarle per vari scopi personali è il cuore di questo film (“Volevo spingermi nell’oscurità del rubare l’identità culturale di un popolo e il suo trauma”, afferma McSauby) girato in 4:3, d’impostazione classica e ricercata in ogni inquadratura, abitato da scene ampie e da dettagli, dallo svolgersi lento e pacato e poi nervoso di fatti inattesi, da uno sguardo caldo che ti mette a tuo agio per poi spiazzarti. Ancora una volta l’horror è genere d’infinita valenza politica. A vincere questa edizione di Bref sono stati due film, premiati con un ex-aequo dalla giuria: Nostalgie (2025) di Kathryn Ferguson e Sixty-Seven Milliseconds (2025) del duo artistico fleuryfontaine (al secolo Galdric Fleury e Antoine Fontaine). Nel primo, la regista irlandese descrive il ritorno sulla scena, suo malgrado, di una pop star degli anni Ottanta quando un battaglione di Belfast lo invita a esibirsi in occasione della celebrazione del centenario scoprendo così che una sua canzone di ribellione era stata fatta sua da quel battaglione durante le rivolte irlandesi. Una scoperta che destabilizza il protagonista. Nel secondo, la coppia di artisti francesi riflette sui pericoli derivanti dall’uso eccessivo del potere da parte delle forze dell’ordine intrecciando in maniera creativa documentario, cronofotografia degli esordi del cinema, immagini da videocamere di sorveglianza che hanno catturato la traccia di un proiettile sparato da un poliziotto ferendo gravemente una persona innocente.

 

Sante di Valeria Gaudieri

 
Tanti, i premi assegnati, e molti ricevuti da film d’animazione (la cui presenza al festival è stata consistente). Tra gli altri, quello “Queer ed ora”, per il miglior film dedicato ai diritti civili e alla rappresentazione inclusiva dato da Arcigay Nazionale, vinto da Amid the Noise and Haste (2025) nel quale la cineasta franco-americana Julie Goldstone ci porta a conoscere, con sensibile camera a mano e dando ampio spazio alle inquadrature sul volto della protagonista, una donna trans, interpretata da Logan Alcosiba che ha anche scritto il film, che soffre di disfonia, si sente profondamente a disagio in pubblico e cerca di recuperare la voce, prendendo infine fiducia in se stessa; e quello Fedic, la Federazione Italiana dei Cineclub, attribuito a un altro dei colpi di fulmine di Bref, Sante (2025) di Valeria Gaudieri, anche questo in 4:3 per descrivere, con magnifica epifania sensoriale, lo sbocciare di una storia d’amore tra due ragazze nel corso di giornate estive e della scelta della giovane che dovrà interpretare l’angelo (lanciandosi dall’alto con una fune sulla folla) nella festa del paese. Gaudieri, con quest’opera che è il suo corto di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, rende tattile il desiderio che nasce in quei corpi, il suo sguardo fa respirare il corpo delle ragazze, la loro pelle, i capelli, le spalle, creando vertigini visive diffuse negli spazi esterni e interni in attesa dell’esibizione – che sarà lasciata fuori campo, mantenendo il finale sospeso in esemplare linea con il resto in un film che si sofferma proprio sulle piccole cose sospese quotidiane.

 

I premi del II Bref – International Short Film Festival