Il regista salentino, dalla ricca e ramificata genealogia mitteleuropea, con il suo ultimo film Vita mia rende un indiretto omaggio alla madre, alla quale il complesso personaggio della sua protagonista, la Duchessa Didi, è ispirato, pur continuando la sua personale esplorazione del Salento sua terra d’elezione. In una delle tappe del film che Winspeare accompagna e cura con attenzione nel suo dialogo con il pubblico, abbiamo avuto la possibilità di scambiare qualche opinione sul film e sul cinema più in generale.
In quali termini Vita mia, che come tu stesso hai dichiarato è il tuo film più personale, diventa il naturale approdo della tua filmografia, che da sempre ha avuto come sfondo il Salento, ma che questa volta diventa anche forma privata di autobiografia? Quanto le tue ascendenze mitteleuropee hanno influenzato il tuo lavoro, perché si ha l’impressione che questa sia la prima volta che, attraverso questa storia e il personaggio di Didi soprattutto, venga fuori il desiderio di raccontare un passato che forse non del tutto hai conosciuto direttamente. Sotto questo aspetto il tuo film diventa anche un’indagine su te stesso e sulla tua formazione?
Si è vero questo è indubbiamente il mio film più personale anche se non è un film biografico, la storia è inventata, anche se è ispirata dalla storia di mia madre che in verità aveva un carattere più malleabile rispetto a quello di Didi. Ma comunque aveva delle caratteristiche in comune con il personaggio: l’educazione mitteleuropea e soprattutto la malattia, l’estrazione sociale, le esperienze vissute durante la Seconda guerra mondiale, dalla fuga precipitosa verso l’Occidente, l’Armata Rossa e l’esperienza traumatica della Shoah, non in quanto ebrea, ma da testimone quando era ancora adolescente. C’era un ghetto proprio accanto al castello dove lei viveva in Ungheria. Quindi per me questo film è stato importante perché mi ha offerto l’occasione di fare i conti con la mia storia, con la storia di mia madre. Io sono “schizofrenico” di nascita se si pensa che i miei quattro nonni hanno tutti nazionalità diverse. Napoletano un nonno, nonostante il cognome Winspeare, e siciliana la nonna, ma con ascendenze danesi e statunitensi. Il mio nonno materno era del Liechtenstein, ungherese la mia nonna materna, ma cresciuta in Moravia quella che era la Repubblica Ceca. In altre parole ho sempre bisogno di radici e forse per questo sono così radicato nel Salento, ma forse questa diagnosi spetta ad uno psicanalista.

Quanto conta nei tuoi film la collaborazione artistica con tua moglie Celeste, quanto questa collaborazione che nasce dal vostro rapporto ha trasformato il tuo lavoro?
La collaborazione con mia moglie è fondamentale per il mio lavoro. Con lei ho fatto quattro film. Il primo è stato Miracolo, nel quale pur avendo lei un ruolo secondario a me è servito per imparare a conoscerla e ho intuito che poteva essere un’attrice con molte potenzialità. Da quel film sono poi venuti 3 film in cui è protagonista o comunque tra i personaggi principali. Posso dire che mia moglie è la mia musa. A parte l’aspetto fisico e la sua espressività, ma ciò che forse mi affascina di più è la sua fierezza e si vede che proprio lei non rinnega le sue origini contadine. Ecco forse in lei vedo il Sud, sia il dramma del sud, sia la sua bellezza, l’orgoglio, le origini greche, per me lei è veramente nobile più dei mei personaggi del mio ultimo film. Poi c’è l’altra componente, quella di essere molto legata al suo territorio, alla sua famiglia, alle sue tradizioni che non l’ha omologata al resto del meridione consumistico. È questa forse una riflessione un po’ pasoliniana e mi rendo conto che forse anche io l’ho influenzata in questo senso. Poi, più semplicemente lei ha l’istinto. Io spesso con gli attori italiani ho qualche problema, credo sia un fatto linguistico, noi parliamo una lingua bellissima però è una lingua letteraria, una lingua che nessuno parlava fino al 1861, anzi forse ancora meno fino a 50 anni fa, la televisione ha reso la lingua italiana popolare e diffusa in tutta la Penisola. Forse è per queste ragioni che io sento un po’ di accademia, un po’ di commedia dell’arte, sento mancanza di verità. Invece Celeste per il fatto di parlare bene il dialetto salentino, molto bene con una ricchezza di vocabolario che diventa un modo molto sofisticato di esprimersi, mi restituisce quella verità che cerco.

Che rapporto hai con i generi del cinema. Hai diretto un solo film di genere, il più anomalo della tua filmografia che è stata, fin dagli esordi, molto personale e via via si è sempre addentrata dentro una tua certa quotidianità? Avresti il desiderio di girare un altro film di genere più o meno sganciato dal tuo mondo personale?
In realtà credo che il fatto di vivere in Salento, in un paesino di poche migliaia di abitanti mi renda molto periferico rispetto al cinema “romano”. Ma in fondo è vero ho girato dei film che sono legati alla mia esperienza. Questo come ho detto è molto personale, gli altri lo sono di meno, ma restano personali. Ad esempio In grazia di Dio è un film che ho fatto in quanto marito di Celeste. Anche Sangue vivo, che è stato un film che alla fine ha contribuito alla rinascita della musica salentina. La vita in comune nasce dalle mie esperienze di lavoro nelle carceri minorili o meno. In altre parole per il mio cinema ho sempre preso spunto dalla vita. A parte che vivendo in Salento non poteva che essere quello il teatro mi muovo. Ho girato un film di genere, Galantuomini che è un film di mafia, ma è ambientato nel Salento. È vero che ho realizzato 8 lungometraggi, ma ho scritto forse 25 sceneggiature, per alcune ci ho lavorato anni e non sono andate in porto. C’è stata la possibilità di girare dei film su commissione, uno ad esempio ambientato in Africa, un altro in Alto Adige, alcuni erano grossi film e poi in realtà non so cosa sia successo, ma non sono stati realizzati. Mi piacerebbe girare una sceneggiatura che non parta dalla mia ispirazione, ma questo non è ancora successo.

Un’ultima domanda, che cosa pensi del cinema italiano contemporaneo, che a volte fa fatica a partecipare alle grandi kermesse cinematografiche, ad esempio nell’imminente Festival di Cannes non ci sarà alcun film italiano in concorso. È una crisi di idee, è una crisi produttiva oppure il cinema italiano fatica a farsi capire al di fuori dei confini nazionali?
In questo momento il cinema italiano soffre del drastico taglio dei fondi, io per esempio ne soffro moltissimo. Anche il tax credit è stato modificato e si ottiene solo alla fine del film. Credo ci sia una certa avversione nei confronti del cinema italiano d’autore. Detto questo e nonostante tutto credo che ci siano degli ottimi film. Si è vero non ci saranno film italiani a Cannes. Ogni tanto mi capita di vedere dei film di registi stranieri e penso che forse se fossi kazako o di chissà quale altra parte del mondo avrei forse più possibilità di andare a Cannes o a Berlino. I film italiani di oggi si confrontano con i film del passato e forse anche i meno belli di quell’epoca erano migliori di questi di oggi, ma allora non erano moltissimi i Paesi che producevano cinema, oggi non è così e quindi la concorrenza è maggiore. In ogni caso abbiamo ottimi registi Garrone e Sorrentino ad esempio.


