Oggi è ufficialmente l’Autostrada A2 o del Mediterraneo, quarta per lunghezza nel nostro paese, ma per anni è stata la famigerata Salerno-Reggio Calabria, autentico elefante nella stanza dei lavori pubblici italiani, vista la scandalosa durata intercorsa fra l’inizio della sua costruzione nel 1962 e il completamento nel 2016. A raccontarla è Rosario Minervini, che nel documentario Tirrenica, presentato al Bif&st 2026, ne ricostruisce non solo il percorso storico, ma anche quello di vita, attraverso le microstorie di alcuni personaggi che gravitano attorno all’arteria. Sono vicende di vita comune, che forniscono un controcanto ai materiali recuperati dopo una ricerca decennale negli archivi di cinema industriale. Sulla traccia così fornita dai cinegiornali d’epoca, che insistono con la consueta enfasi – e un tono neo-coloniale da concessione agli ultimi – sul privilegio accordato alle arretrate terre meridionali di poter ottenere finalmente un collegamento d’alto profilo, Minervini costruisce un’interessante dialettica trasversale al tempo. Il progresso annunciato (e ovviamente disatteso dalla stessa durata dei lavori) viene in tal modo misurato sull’esistenza degli abitanti del luogo in varie fasi della vita: i bambini educati alla caccia dai genitori, gli adolescenti che tentano un’accorata ribellione che riecheggia le lotte sindacali del passato, le donne che si emancipano guidando i camion o partecipando alle gare di tiro a segno, gli anziani che raccolgono materiali per le strade e via citando.

Ogni personaggio è a sua volta espressione di una precisa categoria del vivere: speranza, ribellione, accumulo e memoria, che dialoga con oggetti e creature precise, gli animali, le armi (quelle giocattolo dei bambini e quelle vere del tiro a segno), i rifiuti, le auto disassemblate oggi negli sfasciacarrozze e costruite ieri nella catena di montaggio degli stabilimenti di Pomigliano d’Arco. Minervini li mette a confronto attraverso un montaggio che crea precise risonanze e stabilisce sia la disperata vitalità di una zona d’Italia lasciata in attesa del mantenimento delle promesse, sia il percorso compiuto dai suoi abitanti per superare le varie empasse. In questo modo, il viaggio lungo l’autostrada del Mediterraneo si fa percorso empatico nel tessuto stesso delle vite: se il modello narrativo del documentario d’osservazione può essere ricondotto a quello del più celebre Sacro Gra, Minervini rifugge lo sguardo un po’ algido di Gianfranco Rosi per lasciare spazio a una maggiore empatia verso i suoi personaggi.

Tutti loro diventano perciò estensioni dell’autostrada e della sua odissea, ma non ne sono mai sovrastati grazie alla concretezza del loro vissuto e del rispettivo desiderio di affermazione. Il film cerca insomma di stabilire un flusso emotivo, nell’alternanza dei vari materiali, che non perda mai di vista il suo baricentro umano. Il racconto viene in questo modo strappato all’immobilismo del tempo, si connota con sfumature di umanità, di ironia e malinconia e diventa materia viva che ci traghetta al presente, mentre resta abbastanza fuori il livello istituzionale: l’autore non interroga i politici responsabili dei ritardi, ma li evoca di striscio attraverso qualche dichiarazione pubblica (il trionfale discorso di Matteo Renzi sul completamento dei lavori nel 2016) che ha il sapore ironico dell’ostensione di inopportuno orgoglio.


