La strada verso Naza: The Bibi Files di Alexis Bloom racconta l’ascesa al potere e la discesa nell’oscurità di Benjamin Netanyahu

Benjamin Netanyahu, detto Bibi, è un uomo di potere discusso e protagonista di una delle vicende più controverse dell’ultimo secolo, il conflitto tra Israele e Palestina. Da molti anni Netanyahu occupa i posti di potere più elevati dello Stato di Israele e non per caso. Ha dimostrato carisma, competenza e determinazione, questo è vero, ma nel fare cosa? Nel portare avanti un progetto politico per il quale la parola genocidio sembra non essere un tabù. Le motivazioni politiche sono complesse e oggetto di dispute feroci di natura storica e politica, ma dietro all’agire di Bibi c’è anche altro. Gravi e numerosi sono infatti i processi che pendono sul capo del premier israeliano, figura centrale di un quadro fosco fatto di corruzione, legami di reciproco interesse con personaggi estremamente influenti e ruoli mai del tutto chiariti come quello della moglie Sara, di cui Netanyahu sembra avere una soggezione quantomeno anomala. Parlare di The Bibi Files del documentarista sudafricano Alexis Bloom senza accennare a Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, sarebbe un inutile far finta di niente in quanto la proiezione del primo film nelle sale italiane deve molto al successo straordinario del secondo ma, soprattutto, per una chiave di lettura ben precisa che attraversa i due film: le parole ricorrenti. Non serve un software per accorgersene, basta guardare le due pellicole con le orecchie aperte per accorgersi che ambedue sono costruiti intorno a un pugno di frasi ripetute spesso durante la narrazione che danno una direzione a livello interpretativo.

 

 
Se in Naza a ricorrere sono i tentativi di chiamarsi fuori, da “io ho ubbidito agli ordini” a “io non ho ucciso nessuno, ho solo creato gli strumenti” che, ironia della sorte, avvicinano molto a La banalità del male di Hannah Arendt, in The Bibi Files le persone interrogate ripetono spesso “se tutto questo esce sono rovinato”. In entrambi i casi i protagonisti sono concentrati su sé stessi e sulle conseguenze che rischiano di affrontare come individui, in particolare nel lavoro di Alexis Bloom che su un individuo è concentrato. The Bibi Files traccia infatti un villain arc, raccontando del Benjamin Netanyahu considerato dai suoi compatrioti un eroe, il fratello dell’unico caduto israeliano del raid di Entebbe, l’esperto di terrorismo, il protettore di Israele, il premier a soli 46 anni, l’uomo succube a una moglie spietata e amante del lusso, il corrotto edonista amante dello champagne e dei sigari di lusso, il politico nei guai fino al collo che utilizza le vite dei palestinesi come cortina di fumo per scappare dai processi. La spina dorsale della narrazione è costituita dai filmati degli interrogatori di polizia a tutta una serie di figure collegate a Netanyahu, dal milionario ex commerciante di armi reinventatosi come produttore cinematografico, Arnon Milchan e la sua ex assistente Hadas Klein, alla stessa Sara Netanyahu fino a Bibi che si difende con arroganza e supponenza.

 

 
Ed è questa una delle chiavi di volta di The Bibi Files, il senso di intoccabilità delle persone di potere. Certo, qualcuno davanti agli agenti mostra preoccupazione e piagnucola, qualcuno ci scherza e minimizza certo di cavarsela a buon mercato, come Milchan, mentre i diretti interessati, i coniugi Netanyahu, abbaiano rabbiosi con la bava alla bocca dimostrando come i potenti si sentano al di sopra delle regole e non ammettano che il loro status venga messo in discussione. E qui si chiude il cerchio con Naza: se in quest’ultimo documentario la deresponsabilizzazione è quella presa di distanza tipica dell’ Esperimento di Al Milgram, l’ammissione di farne parte ma non a un livello troppo compromettente, in The Bibi Files è il rifiuto aperto, “non dovete toccarmi, io posso e basta”. Però poi le conseguenze arrivano e, per salvarsi, Netanyahu ha dovuto stipulare un patto scellerato con l’estrema destra israeliana con tutte le implicazioni del caso a partire dalla dissoluzione progressiva di quello che resta delle istituzioni. Un percorso, mutatis mutandis, che ricorda quello di Silvio Berlusconi per sua stessa ammissione. Il collasso della civiltà parte anche dalle conseguenze dei crimini dei potenti.