Animotion – Storia di una conchiglia libera. A proposito di Marcel the Shell di Dean Fleischer Camp

Parte con questo approfondimento su Marcel The Shell, Animotion, una rubrica a cadenza mensile curata da Matteo Mazza e Simone Soranna, per fare il punto sullo stato dell’animazione.

 

Al di là di quelli che possono essere i gusti personali di ogni spettatore (ad esempio, sinceramente, speravo di poter uscire più soddisfatto da questa visione), Marcel the Shell potrebbe essere un film importante per il mercato dell’animazione e le sue dinamiche. Meglio usare il condizionale perché potrebbe anche trattarsi di un fuoco di paglia, non sarebbe né il primo né l’ultimo. Eppure vedere nominato questo film di animazione (? Ne riparliamo tra poco) in lizza per il premio più ambito dell’anno, lascia ben sperare che anche lo sguardo più mainstream possa essersi finalmente convinto della potenza e della freschezza di questa tecnica. L’animazione da sempre propone il cinema più libero che si possa ricercare. Per due motivi fondamentali. Il primo è di natura puramente tecnica: chi crea animazione non ha alcun limite logistico e può permettersi di posizionare la cinepresa esattamente nel punto macchina che ritiene più opportuno senza dover scendere al benché minimo compromesso. Il secondo invece è di natura più psicologica. Quando infatti il pubblico è di fronte a un film animato, tende a credere a tutto, non cerca veridicità e quindi “sta al gioco” come in nessun altro caso.

 

 

Ora, Marcel the Shell usa l’animazione per provare a suonare la sveglia, per ricordarci quanto il cinema più contemporaneo sia decisamente fluido, ibrido, impossibile da catalogare. Il film inizia con un’inquadratura sfocata. Poco alla volta il pubblico potrà osservare con più precisione i dettagli di quell’immagine, potrà far luce su ciò che le cineprese stanno inquadrando. Proprio questo percorso di svelamento e di messa a fuoco della realtà è il tema portante di un’operazione tanto semplice quanto profonda. Quello che interessa a Dean Fleischer Camp è spaziare all’interno dei media, giocare coi codici, mescolarli e creare un labirinto di intuizioni e intenzioni visive semplicemente irresistibile. Si passa dal mockumentary alla stop-motion, attraversando riprese dal vero, estratti di video caricati online, interviste televisive, telefoniche, fino a mescolare la realtà dei fatti con quella scenica di modo da farle combaciare perfettamente (il film è tratto da un cortometraggio di oltre dieci anni fa che ebbe un successo incredibile online. Come viene raccontato lungo il racconto, i due registi, all’epoca coppia anche nella vita, si sono poi separati e sono tornati a collaborare assieme in occasione di questo lungo).

 

 

Se dovessimo contare il numero di fotogrammi soggetti ad animazione o la percentuale di superficie in cui oggetti inanimati prendono vita, probabilmente ci troveremmo sulla soglia di un decimo di Avatar – La via dell’acqua. Eppure il film di Cameron compete per la categoria del miglior film, senza la specifica animata. Giusto così, nessuna polemica. Resta solo il fatto che la piccola conchiglia chiamata Marcello, con tutti i limiti del caso, si fa portavoce di uno sguardo genuino e spaesato non solo di fronte a un mondo adulto che fatica a comprendere, ma anche alla produzione di immagini e immaginari talmente complessi e artificiosi da risultare sovraccarichi e avvolgenti ma privi di quella spontaneità in grado di far dimenticare che, molto probabilmente, i molluschi non parlano e non indossano scarpe da tennis. Anche qui, però, il condizionale sarebbe d’obbligo.