«L’eccellenza è il risultato graduale di una costante lotta per migliorare se stessi…»
Pat Riley, ex allenatore NBA

 

Per qualunque appassionato di sport The Last Dance di Jason Hehir (visibile su Netflix) è stato/è tuttora uno spartiacque tra un prima e un dopo nel genere documentario sportivo. Entrare negli spogliatoi dei leggendari Chicago Bulls di MJ, Scottie Pippen, “The Worm” Rodman, Phil Jackson e tutto il superteam dell’ultimo titolo (coronamento del secondo three-peat) non è eguagliabile. Come l’ingrediente segreto della Coca-Cola, come scoprire perché il calabrone vola anche se non potrebbe…Per un istante (di 8 ore e 11 minuti) abbiamo avuto accesso – almeno con surrogati di occhi e orecchie come la macchina da presa – all’Olimpo degli dèi del basket anni Novanta. Abbiamo colto forza, fragilità, capricci, vezzi, spiritualità, vizi, umanità e anima del Mito. Difficile trovare qualcosa che – al di là della vera NBA o di un film di fiction stellare (Space Jam: A New Legacy?) – possa emozionarci altrettanto o avvicinarci al “Sole” più luminoso e perfetto del lavoro di squadra. Improbabile che un documentario riesca a cogliere la potenza (e le crepe) di un grande team senza celebrarlo meramente o senza cercare una “giusta distanza” che vada bene a tutti, protagonisti celebrati e tifosi spettatori (o spettatori tifosi), scontentando il più delle volte gli spettatori critici. I segreti dello spogliatoio resteranno tali. Nel bene e nel male. A cercare di porre rimedio a questa assenza, nella miriade di documentari sportivi più o meno agiografici su squadre e icone dello sport, prova in parte la serie ambiziosa The Playbook – A Coach’s Rules for Life (reintitolata sbrigativamente in italiano Parola di allenatore), visibile su Netflix. Si tratta di un interessante compendio documentario in 5 episodi su altrettanti grandi coach, più o meno vincenti, di varie discipline sportive. Dal basket maschile a quello femminile (Doc Rivers e Dawn Staley), dal calcio maschile a quello femminile (José Mourinho e Jill Ellis), fino al tennis (Patrick Mouratoglou). Lo schema di ogni puntata è quello di seguire le 5 regole dettate dal singolo allenatore protagonista del film, accedere all’inaccessibile playbook, ovvero il manuale di gioco (e di vita), dei vari coach e dei team che allena o ha allenato. Non tutti imperdibili, non tutti indispensabili (sono diretti da registi diversi e si vede).

 

 

 

 

Il primo episodio però è un vero gioiello di sport (giocato e allenato) e mostra uno dei migliori ritratti del basket NBA della storia recente. Lo ha diretto il talentuoso documentarista americano Josh Greenbaum (The Short Game, Becoming Bond) ed è dedicato all’allenatore NBA Glenn Anton “Doc” Rivers, prima che lasciasse i Los Angeles Clippers per diventare coach dei 76ers di Philadelphia. È un ritratto asciutto, secco, essenziale e potente di un vero uomo di basket. Un piccolo grande affresco di vita, sport e aneddoti magnifici. «Quando il tifoso illustre dei Lakers Jack Nicholson – nella finale con i miei Celtics – strillò verso di me: “Hey Doc, siamo dei morti che camminano!”, pensai “Lo siete davvero!”. A quel punto mi sentivo che avremmo vinto…».Doc Rivers: A Coach’s Rules for Life riesce a entrare nello spirito di Doc e a immergersi nel suo “sentire”: «Nemmeno quando ero un giocatore dicevo mai “vado ad allenarmi”, ma piuttosto “vado a giocare”… Il basketball è un gioco e lo amo…». Forse la regola più importante contenuta nel suo prezioso quadernetto blu, che all’occasione lancia per terra o mette da parte, è la numero 3: Ubuntu è uno stile di vita, dove l’intraducibile parola africana Ubuntu si fa spirito di squadra, mantra, credo condiviso. È stata ispirata a Rivers dall’incontro con una donna di una comunità afroamericana, che lo ha invitato a studiarne il senso. «L’essenza dell’umanità è scoprire se stessi grazie agli altri… Un uomo da solo è una contraddizione. Imparerò dagli altri a essere umano…». Vediamo e ascoltiamo allora Kevin Garnett, uno dei leader dei Celtics campioni del 2008 allenati da Doc, pronunciare il celebre: «Not me… We!» (“non io, ma noi!”). E ancora KG incitare i compagni, le mani giunte rivolte al cielo: «Al mio tre… Ubuntu!». Rivers – con le dovute proporzioni – non può non farci pensare, almeno in parte, a coach Dale-Gene Hackman di Hoosiers – Colpo vincente (1986) di David Anspaugh, a sua volta ispirato al vero allenatore liceale Marvin Wood, che portò la sfavorita squadra “provinciale” Milan Highschool Indians al titolo Highschool nel 1954. Molteplici i ricordi, la bellezza e il sacrificio di una vita di sport. Fin da bimbo Rivers ha un’ossessione per il basket e il desiderio di diventare giocatore professionista, fino a scontrarsi con la maestra («Abbassa le tue ambizioni, Glenn!»).

 

 

L’idea di puntare un occhio di bue non verso gli stendardi di vittorie passate dei Celtics, ma verso un punto vuoto in cui si sarebbe dovuto aggiungere un nuovo vessillo di vittoria… Alleggerire dunque la pressione del passato, per rivolgerla tutta al presente-futuro (di allora). Struggente il finale di vita e un solo rimpianto per Rivers: non aver festeggiato il titolo dei Celtics in spogliatoio insieme ai suoi ragazzi (Doc preferì restare da solo, chiuso nel suo ufficio, per la recente morte del padre). Osserva infine il coach: «Un pessimo consiglio per un allenatore è dirgli: “Non affezionarti ai tuoi ragazzi!”. Io sostengo il contrario: “Affezionati!”. Forse si suggerisce di non farlo, perché probabilmente ti spezzeranno il cuore, ti deluderanno, non ti saranno riconoscenti… Ok, alcuni lo fanno davvero e allora?! Il mio lavoro è quello di allenare quei ragazzi, renderli giocatori migliori, persone migliori, migliori compagni di squadra… Devo insegnare loro come essere duri e come essere compassionevoli […] Dico sempre: “Non vi insegnerò a essere chi siete, ma chi dovreste essere…”». L’episodio su “Mou” (il terzo della serie Playbook) è interessante per contrasto: tanto quello su Doc Rivers è orientato a un sentire comune e d’insieme, improntato al teamwork come “comunità”, tanto quello sull’allenatore del Tottenham è orientato all’“Io”. «Dove hai imparato le cose più importanti per la tua vita?» chiede il regista John Henion. Risponde Mou, irritato: «Da me… Non devo parlare delle altre persone se la cosa fondamentale sono stato… io!». O ancora: «Penso di essere lo Special One…», «Non si vincono grandi cose con i bravi ragazzi…». Chissà se anche tutto questo “egoriferimento”, ormai quasi parossistico, ha inciso sulla recente brutta stagione dei suoi Spurs! Ora speriamo in una seconda stagione di Playbook e sarebbe bello vedere al lavoro Gregg Popovich, Ettore Messina, Pep Guardiola, Steve Kerr o Steve Nash… Senza dimenticare che, come diceva Zeman: «Non è detto che undici artisti battano undici artigiani…».

 

 

 

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