La cover di Monica Vitti di Cristina Borsatti (Giunti, 2022)

Una voce che non si dimentica. Una delle cose che si scoprono, o si ricordano, leggendo la documentata monografia di Cristina Borsatti, Monica Vitti (Giunti editore, pagg. 287, 19 euro) è che Michelangelo Antonioni trovò l’interprete di quattro dei suoi film più noti mentre era in cerca di una voce: gli serviva infatti una doppiatrice per la benzinaia Virginia (Dorian Gray) in Il grido e la individuò nella Vitti, ascoltandola a teatro nel 1957. «Con quella sua voce roca – in seguito, e anche grazie a lei, divenuta un segno distintivo di molte giovani doppiatrici e attrici – Monica Vitti si appresta a doppiare prostitute, ubriache, donne di colore. A essere scelta da Monicelli per I soliti ignoti, da Fellini per Le notti di Cabiria, da Pasolini per Accattone», scrive Borsatti, riprendendo una dichiarazione diretta di Vitti già riportata nella monografia di Laura Delli Colli (Monica Vitti, Gremese, 1987), da pochissimo tornata sul tema con Monica. Vita di una donna irripetibile (RAI Libri, 2022). Pubblicato nel 2005 e rieditato dopo la scomparsa dell’attrice, il 2 febbraio scorso, il saggio di Borsatti analizza in ordine cronologico la carriera di Maria Luisa Ceciarelli, nata a Roma il 3 novembre 1931. È un chiaro e ottimo punto di riferimento per studiare o riscoprire il percorso dell’attrice: una filmografia per lo più interna al cinema italiano, di cui spesso si ricordano molto alcuni titoli a scapito di altri, a vario titolo, non sempre giustamente, dimenticati. Dai dodici (!) ruoli diversi di Noi donne siamo fatte così di Dino Risi alla performance spudoratamente libera di Ti ho sposato per allegria di Luciano Salce (nel canale Cinecomico di Prime Video, così come Polvere di stelle di Alberto Sordi), da La Tosca di Luigi Magni al trasformismo pop di Modesty Blaise di Joseph Losey, solo per citarne alcuni. 

 

Monica Vitti in Modesty Blaise di Jospeh Losey

 

Tra il ritratto di una capacità di modulare drammatico e comico, di farsi vettore e ripetitore di un’osservazione sociologica, seguendo un’Italia che, tra matrimoni e botte, cambia ma non troppo (passando per i vertici dell’Assunta Patané di La ragazza con la pistola di Mario Monicelli), il saggio comprende, oltre a un accurato indice dei nomi e uno analitico, un corposo blocco di dettagliate schede dei film e dei lavori in teatro e in tv. La monografia è poi impreziosita da quattro interviste di peso: a Ettore Scola, Dino Risi, Mario Monicelli e Franco Giraldi (quest’ultimo la diresse in La supertestimone e Gli ordini sono ordini, entrambi su RaiPlay). Voci che illuminano ognuna un aspetto particolare dell’attrice di cui si è scritto moltissimo, spesso sempre rispetto alle stesse opere.

 

La ragazza con la pistola di Mario Monicelli

 

Da sceneggiatrice qual è, oltre che giornalista cinematografica, Borsatti tra le altre tante cose evidenzia il meccanismo brechtiano che è alla base dell’umorismo e del coinvolgimento spettatoriale portato da uno dei suoi personaggi più popolari, la fioraia Adelaide in Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca). Un attrezzo del mestiere che il regista applicò anche in altri film e che fu copiatissimo da altri colleghi. E ricorda anche l’apporto forse un po’ trascurato del compagno Carlo Di Palma, che la diresse in Teresa la ladra, Qui comincia l’avventura, Mimì Bluette, fiore del mio giardino, e modellò la sua naturale fotogenia, da Il deserto rosso a molti altri film degli anni Settanta. 

 

Monica Vitti e Alberto Sordi ricevono il Leone d’oro alla carriera dalla Biennale di Venezia, 1995 (foto ASAC)

 

La Festa del Cinema di Roma ha appena annunciato che dall’edizione 2022 il Premio alla migliore attrice sarà intitolato a Monica Vitti, così come per Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi (premi a miglior attore e miglior commedia). Ritiratasi dalle scene nei primi anni 2000, Vitti nel 1995 (unica donna tra i premiati) aveva ricevuto il Leone d’oro alla carriera, in ragguardevole compagnia di Woody Allen, Giuseppe De Santis, Goffredo Lombardo, Ennio Morricone, Alain Resnais, Martin Scorsese e dello “sparring partner” Alberto Sordi (la copia restaurata di Polvere di stelle, uno dei loro successi, è stata proiettata al Bifest nel 2019).  Nel 2018 Istituto Luce Cinecittà l’ha celebrata con La dolce Vitti, rassegna e mostra fotografica romana (in collaborazione con Centro Sperimentale di Cinematografia, Rai Teche, Archivio Enrico Appetito). Una mostra immersiva, completa che rendeva conto dell’enorme popolarità dell’attrice così anche della sua attività di doppiatrice. 

 

Gabriele Ferzetti e Monica Vitti in L’avventura di Michelangelo Antonioni (archivio Enrico Appetito)

 

A dieci anni da Flirt del compagno Roberto Russo (1983), è quindi paradossale ma non troppo che il suo ultimo lavoro al cinema sia stato proprio il doppiaggio (di una barboncina) per Senti chi parla adesso di Tom Roplewski (1993). Ma una gag basata sull’irresistibile fascino vocale innerva anche una delle sue apparizioni tv, di cui firmò anche la regia: La fuggiDiva (1983), episodio della serie Che fai, ridi? (disponibile su RaiPlay). Dove, inseguita dall’intervistatore Giuseppe Rinaldi – più noto come la voce di Paul Newman, Marlon Brando, Jack Lemmon – in un caotico susseguirsi di luoghi e dichiarazioni, fugge e scompare. Per tuffarsi in una sala di doppiaggio. Leggere la biografia di Borsatti è un bel modo di far risuonare ancora quella voce di graffio, di carta vetrata. Così amata. 

 

Suor Katherine in “Et dominus venit” (da Noi donne siamo fatte così di Dino Risi)

 

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