Su RaiPlay il disorientamento generazionale di Mi hanno sputato nel milkshake di Carolina Cavalli e Beppe Tufarulo

Quello di cui disponiamo, finora, sono i ventisei minuti dell’episodio pilota. E sappiamo che sono stati realizzati vincendo il Premio Solinas Experimenta Serie di cui Mi hanno sputato nel milkshake è risultato il progetto vincitore. Ma poco meno di mezz’ora contiene già una visione densa di spunti, riflessioni, sguardi su un “mondo”, quello dei venticinque-trentenni italiani di oggi, che a ogni, breve, scena si aprono a una moltitudine di altri sguardi, a possibili, e si auspica realizzabili, percorsi riguardanti le (dis)avventure sentimentali, d’amicizia, lavorative dei personaggi che, in questo esordio seriale, si “presentano” con i loro disagi, le loro crisi, il loro bisogno di affetto e comprensione, i loro gesti stralunati che contengono infinite variabili nei confronti di un presente che dire instabile è poco. Creato da Carolina Cavalli (che dirige il “numero zero” insieme a Beppe Tufarulo), Mi hanno sputato nel milkshake gioca con i toni della commedia, da quella romantica a quella demenziale, per immergersi nel disorientamento generazionale e produrre una serie di “situazioni”, di “prologhi” incisivi, sintetici, di flagrante essenzialità di scrittura, recitazione e messa in scena. Alcuni ambienti sono già diventati familiari: si pensi all’appartamento con mattoni a vista, divano e dintorni disordinati, libreria, cucina dove Siri (il personaggio principale attorno al quale tutto ruota) abita temporaneamente con l’amica tatuatrice Tea, e al salone di tatuaggi gestito da Tea e dall’amica lesbica Momo, frequentato da un’umanità che più improbabile non potrebbe essere e che diventa per Siri “rifugio” dove disegnare soggetti da tatuare, e aiutare Tea, su sua richiesta, sdebitandosi in tal modo degli affitti non pagati.

 

 

Set che sanno di radicale finzione ancor più evidenziata da un materico lavoro sulle luci che di-segna una tavolozza cromatica pop, al neon, al tempo stesso avvolgente e straniante. Come lo sono i personaggi e i dialoghi. Ogni battuta, gesto, movimento del volto e del corpo illumina l’inquadratura, delinea le ossessioni dei personaggi, li isola e mette in contatto. Grazie anche a un cast che funziona, soprattutto per la presenza di attrici emergenti del cinema e della televisione italiani qui perfette nel dare sostanza e appunto straniamento alle figure femminili che sono chiamate a interpretare. Svettano Aurora Ruffino (da Bianca come il latte, rossa come il sangue al film per la tv Chiara Lubich – L’amore vince tutto), nel ruolo di Siri, con la sua buffa capigliatura, le sue frasi “tranchant” su di sé e quanto la circonda, la sua inadeguatezza nel trovare un suo “posto” (accanto al giovane fidanzato, regista spocchioso che non batte ciglio di fronte alla richiesta di Siri di mettere una pausa nella loro relazione; alle amiche altrettanto “perse” in una loro quotidianità sia protettrice sia da ri-scrivere); e Francesca Agostini, in quello di Tea, dal profondo look dark-emo, che ama i libri e il Medio Evo, in pose da meditazione, immobile, dallo sguardo penetrante e sensuale (capace di modificare aspetto mostrandosi giovane interprete talentuosa in generi diversi, come già manifestato nella felice fiction tv L’allieva, nell’esordio al cinema nella commedia sentimentale Short Skin o nell’horror Hope Lost). Girato a Milano, Mi hanno sputato nel milkshake (il titolo deriva da quanto Momo dice al telefono a Siri dopo che nel pomeriggio la disegnatrice aveva ordinato un milkshake a un cameriere facendoselo rifare; Momo è convinta che l’uomo vi abbia sputato, lo racconta all’amica che da quel momento continua a pensarci) assomiglia a un fumetto, a una serie di strisce cesellate nei dettagli, con pensieri e dialoghi taglienti, a quadri in-verosimili dove trovano spazio anche lampi d’animazione (proprio a proposito del frullato e nel finale, in entrambi i disegni Siri si trasforma da corpo dal vero in animato) e dove questa giovane protagonista in cerca d’identità all’inizio e alla fine guarda rivolta alla macchina da presa, ci guarda, ci coinvolge.