Un omaggio al cinema di Carlo Michele Schirinzi è in programma da oggi fino a mercoledì 11 maggio al cinema Massimo di Torino (la sala curata dal Museo Nazionale del Cinema) con cinque programmi di proiezioni che propongono un’ampia selezione dei lavori del regista salentino dal 2000 ad oggi, dai titoli evocativi della sua poetica: Albe accidentate, Olocausti mediterranei, Natura con figure dissepolte, Porno a lutto, Eco d’echi. Artista, regista, scenografo irrequieto ed enigmatico, Carlo Michele Schirinzi nei suoi film insegue la luce con l’ombra spessa del suo sguardo. È una ricerca incessante e vagabonda, che fa dello spazio nudo il luogo dove spiare i suoi “personaggi” disperati alla ricerca di qualcosa di inafferrabile. Il presente, la vita, le ossessioni, le beffe di un sistema ottuso, gli occhi che non si vogliono/possono chiudere, le immagini che si affollano e si smaterializzano, le ossessioni dolorose e oscene, le allusioni, i colori che impallidiscono, gli affetti trattenuti in gesti ripetitivi, l’aria, la terra, i calcinacci, l’arte, la musica, le distorsioni dello sguardo e dei suoni. Tutto questo è il cinema di Schirinzi, cui il Museo del Cinema dedica una pubblicazione e un omaggio al cinema Massimo con cinque programmi di proiezioni in un percorso che intende riassumere una filmografia ben più estesa. Tra Stan Brakhage e Stephen Dwoskin, lo sguardo di Schirinzi insiste sull’immagine come oggetto da “toccare”, da sporcare, dove aggiungere, sovrapporre, sottrarre pezzi di una soggettiva utopia.

 

 

Il suo è un occhio ostinato, anarchico, che svela e non teme l’irriverenza. Al tempo stesso lievi e forti, i suoi film sono viaggi della visione, saggi sull’anatomia del vedere attraverso figure innocenti perché estranee al senso comune, al presente, alla Storia. Come nel finale de I resti di Bisanzio, dove una didascalia dice: «La vita non si racconta ma si attraversa, a volte senza direzione poiché il reale non appartiene alla Storia, la Storia è appiccicata dopo, quando l’incendio ha ceduto il posto alla cenere. Se il reale è incendiario, è con il fuoco che bisogna catturarlo, con l’immagine già satura di secolare dramma». Ecco l’oltraggio che Schirinzi propone. Un’immagine da interrogare senza sosta, un cinema che esclude ogni forma di rassicurazione, per lo spettatore certo, ma prima ancora per lo stesso autore portatore di una ribellione costante, fatta di fuoco e di accecamenti improvvisi e inevitabili. L’aspetto visionario sta proprio in un cinema che “reagisce” allo stato delle cose scavando nell’intimo della propria quotidianità e di un pensiero lucido, teorico e indomito.

 

 

 

 

Scrivi