Il premio? «Mi interessa la gloria, ma mi preoccupa altro», dice scherzando Marco Bellocchio. Ma forse non scherza nemmeno. Di certo durante la cerimonia di chiusura di Cannes 2021 riceverà la Palma d’Oro d’onore. Lo premiano per i 24 film di finzione (più un episodio di Amore e rabbia), tanti corti e una serie di documentari di cui Marx può aspettare, il nuovo, è il nono. Aggiungete la tv, per cui sta girando Esterno notte, con Fabrizio Gifuni («Una faticaccia, chi me l’ha fatto fare»). Marx può aspettare è bello fin dal manifesto. Che piace anche lui. Lui e il suo gemello Camillo. A due anni, forse verso i tre. Il film è un documentario di famiglia privatissimo che il regista condivide con tutti noi. L’altro bambino, è il suo gemello. Il fratello che non c’è più, che si è suicidato a 29 anni.

 

 

 

 

 

Il premio
Del premio sono contento. Felice. Non lo considero un modo di essere ripagato. Dovrò parlare , ringraziare. Ricorderò Michel Piccoli, che nel 1980 vinse con la co-protagonista Anouk Aimé il doppio premio di miglior attore per Salto nel vuoto. E ricorderò anche che quel premio fu una battaglia vinta da un critico di idee politiche opposte alle mie ma che era in giuria e si batté per me: Gian Luigi Rondi.

 

Fare i conti
Marx può aspettare era l’ultima occasione per fare i conti con qualcosa che avevo censurato. Parte tutto da questo pranzo famigliare al ristorante, al Circolo dell’Unione di Piacenza di cui mio padre è stato co-fondatore. Ma non volevo fare niente di nostalgico, su quello che restava di me e della mia famiglia. Ho capito subito chi doveva essere il protagonista. Il protagonista assente: mio fratello gemello Camillo. Mi ero avvicinato a lui anche in altri film: Gli occhi e la bocca per esempio… Ma in realtà non ho un bel ricordo di quel film, forse perché c’era ancora mia madre e altre cose… Elementi che mi impedivano di dire tutta la verità. E che ho disseminato in molti altri film. In tutte le mie storie ci sono frammenti di lui e di me: qui si ritrovano tutti insieme. È per far capire che questa tragedia ha davvero percorso tutta la mia vita. Tutti i suicidi, da Salto nel vuoto a Regista di matrimoni. Adesso invece sono libero al 100 per cento. Forse per questo ne è venuto fuori anche un film spiritoso.

 

 
Mia sorella
Sul manifesto ci siamo noi due, io e Camillo a un anno o poco più. Ne abbiamo passati 29 insieme. Ma lui è rimasto lì e io sono andato avanti. Lui è rimasto sempre uguale mentre io invecchiavo. Era il mio modo di dire andiamo avanti. Non credo che lui mi stia guardando dal paradiso. Per me lui è fermo lì, a quei suoi splendidi bellissimi 29 anni. Mia sorella Letizia, sordomuta, a un certo punto parla… Non era mai successo che parlasse. In altri miei film era la testimone muta, silenziosa. Adesso invece parla e dimostra tutto il nostro spiriti bellocchiano. E ha quella battuta vera e meravigliosa in cui una credente come lei si chiede come, nell’Aldilà, tra miliardi di persone potremo rivedere mamma, Camillo e gli altri nostri cari che non ci sono più… Lei davvero li vuole incontrare di nuovo.

 

Gli altri nella nostra storia
È vero, questo film è il mio modo di far entrare gli altri nella mia storia, a casa mia. Forse per questo mi agita un po’ l’idea di mostrarlo al pubblico.  Il Tempo è importante. Il momento lo è. In passato ho avuto anche tensioni forti coi miei fratelli che pensavano di essersi ritrovati troppo nei miei film, quando invece non era così. Altre volte, come nel mio primo film I pugni in tasca, hanno capito in ritardo che parlavo di loro e di me stesso. Qui, adesso, ci sono tutti. Con la massima libertà. I miei fratelli e sorelle, le vedove dei miei cognati. Anche la sorella della fidanzata di Camillo che abbiamo ritrovato all’ultimo momento. Alla fine questo è il mio film privato e insieme quello in cui mi sono sentito più libero, anche liberato. Ma non assolto. Non ci sono crimini o delitti, ma qualcosa di molto comune. Come quando alla tv, dopo un’immane tragedia, senti il vicino dire “mi sembrava una persona normale”. Nella mia famiglia non avevamo capito la tragedia di Camillo, quella che stava vivendo sotto la sua apparente normalità. Del resto accade in tante famiglie. A 81 anni mi capita di pensare agli amici che non ci sono più. Certo cambia anche il rapporto con la fine. Io non credo nell’Aldilà, ma una sottile angoscia è inevitabile. Ma dipende se sei malato o se hai ancora un lavoro che hai la forza di fare e ti piace fare. Io ce l’ho. Sto facendo una serie tv che è faticosissima e poi ci sarà un altro film. Se sei dentro la vita e il lavoro allora ti dimentichi che c’è la possibilità della fine.

 

 

 

Il primo titolo
Il primo titolo era L’urlo. Ma dovevo evocare il quadro di Munch e tutto sarebbe stato più artificioso. Cercavo la leggerezza, anche lo spirito di quei racconti di formazione con gli eroi romantici che muoiono giovani. Che cercano un posto nel mondo e non lo trovano e mettono fine al viaggio. Sapevo che dovevo essere leggero e tragico insieme. Questo è un film anche sulla mia distrazione. Marx può aspettare me lo disse Camillo, ma io neppure me lo ricordavo. Nel film leggo la lettera che lui mi mandò: mi chiedeva se poteva fare del cinema anche lui. Era una manifestazione del suo dolore sotterraneo. Io gli risposi probabilmente un po’ da imbecille, con quelle cose dell’epoca tipo “il riscatto per la tua infelicità è entrare nella lotta rivoluzionaria”… All’epoca era così. Ma in quella frase c’era tutta la sua sofferenza e io non me la ricordavo neppure. Poi il mio percorso psicoanalitico mi ha aiutato, ma Camillo non c’era più. La sorella della fidanzata è l’unica eredità di quel ricordo.  Per questo il manifesto mi piace molto.

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