Fred Cavayé

È ancora inedito in Italia l’ultimo film di Fred Cavayé, Adieu Monsieur Haffmann (2020), piuttosto bello, un dramma bellico ambientato a Parigi durante l’occupazione tedesca. Ricorda L’ultimo metrò di François Truffaut, anche qui c’è un ricercato ebreo (Daniel Auteuil) nascosto in cantina ma di una gioielleria, non di un teatro. Splendida prova d’attori, a “nasconderlo” è l’ex dipendente Gilles Lellouche che gestisce il negozio in absentia, soprattutto eccellente è la protagonista Sara Giraudeau, figlia d’arte (il babbo è il mitico Bernard Giraudeau). Da tempo Cavayé sembra un regista per tutte le stagioni, novello Patrice Leconte anche per un certo formalismo, ma ha cominciato con il polar dopo una carriera come fotografo. Pour Elle (2008), il suo esordio nel lungo, è un ottimo thriller rifatto (male) da Hollywood (Next Three Days, con Russell Crowe). Storia di un insegnante di lettere, marito e padre di famiglia, Vincent Lindon, la cui moglie Diane Kruger viene accusata di omicidio e condannata a una lunga pena detentiva. Per farla evadere lui non si fermerà davanti a nulla, omicidio compreso. Il professor Lindon alla sua classe insegna Simenon, che costruiva i gialli di Maigret intorno alla “teoria della crepa”: ce l’abbiamo tutti dentro l’oscurità, a volte bastano un evento traumatico o un’occasione (la crepa appunto) per farla uscire. (In apertura un’immagine di Point Blank).

 

Adieu Monsieur Haffmann

 

Pour Elle è il primo capitolo di una trilogia noir proseguita con altri due film finalmente disponibili su Prime Video: Point Blank (2010) e Mea culpa (2014). Il primo è strepitoso, uno dei migliori polar degli ultimi anni. Il titolo originale è À bout portant, a bruciapelo, e ha un inizio esemplare. Schermo nerissimo, due/tre scritte di prammatica (la produzione) e improvvisamente una porta che si spalanca sulla faccia dello spettatore mentre il protagonista ferito, Roschdy Zem, si catapulta giù da una scala metallica, inseguito da due tizi con facce patibolari e pistola spianata. In medias res come l’incipit di Miami Vice di Michael Mann e poi, però, una storia con un detour inatteso. Un infermiere, Gilles Lellouche, è costretto ad agire per conto di una banda misteriosa dietro la quale c’è un poliziotto corrottissimo, Gérard Lanvin (il diavolo, probabilmente). Anche Lellouche, come Lindon in Pour Elle, è il tipico uomo ordinario catapultato in una situazione straordinaria, per sopravvivere alla quale, pare dire Cavayé, occorre imparare in fretta il linguaggio dei bassifondi, violenza compresa. Duro, con un finale di vendetta implacabile e un cast clamoroso (ottima Claire Pérot, l’altra poliziotta) Point Blank è davvero un poliziesco di cui si è perso lo stampo. Chiude il cerchio Mea culpa, da un soggetto di Olivier Marchal che con Cavayé aveva già lavorato in Pour Elle ma in quel caso come attore. Si sente che la storia è sua: sbirri e notte, notte e sbirri. Nel film Vincent Lindon a dire la verità è un ex, ha dato le dimissioni dopo avere provocato in stato di ebbrezza un terribile incidente. Il suo socio di pattuglia Gilles Lellouche si comporta da fratello e fa da tramite con la ex moglie Nadine Labaki (un ruolo insolito per la regista e attrice libanese, davvero molto brava) e il figlio trascurato.

 

Mea culpa

 

Proprio il bambino è testimone di un delitto. Un feroce criminale serbo lo fa quindi cercare per eliminarlo, costringendo Lindon a tornare in azione a tempo pieno. Ma il finale riserva una sorpresa. Cavayé punta molto sulla confezione, a partire dall’eccellente fotografia satura di Danny Elsen, fino alla colonna sonora ipnotica del sempre più bravo Cliff Martinez (abituale compositore di Soderbergh). Lindon è magnifico come sempre, cane bastonato dalla vita che si riscatta combattendo all’ultimo sangue per la sua famiglia. Più ambiguo, per certi versi più interessante, lo sbirro di Lellouche. Insieme ripropongono una specie di sfida tra “maschi alfa” che ricorda quella d’antan tra Delon e Belmondo; rifiutano, come gli illustri modelli, controfigure per le numerose e spericolate scene d’azione (sui binari, nel finale, Lindon si è rotto un paio di costole, per dire). La fisicità tipica del polar che gli omologhi americani, tutti body double e seconde unità, si sognano.

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