Chi ha paura di Virginia Woolf?

Che bravo attore George Segal, scomparso lo scorso 23 marzo a 87 anni. Uno dei più versatili del cinema americano anni 60-70, ma la sua carriera è stata ben più lunga. Era nato a Long Island nel 1934 da una famiglia ebrea di origine russa, ma è cresciuto laico, anzi scherzava sul fatto di essere andato in sinagoga una sola volta nella vita e di avere condiviso con Groucho Marx una festa di Pesach preoccupandosi solo (entrambi) che arrivasse il vino. Come Steve Martin è stato un suonatore di banjo ai limiti del professionismo e ha inciso tre dischi. Ma il cinema e il teatro sono stati la sua vera passione, a costo di far infuriare la famiglia che voleva continuasse l’antica tradizione professionale (i Segal, compreso il fratello di George, sono stati venditori, produttori e sperimentatori botanici di luppolo). Studia all’Actors Studio, allievo di Lee Strasberg e soprattutto di Uta Hagen. Esordisce nel 1956 a teatro in una pièce con Jason Robards, off-Broadway, e nel 1961 viene messo sotto contratto dalla Columbia. All’inizio televisione, poi grande schermo, infine il successo, magari come “non protagonista”, in veste del quale riceve una nomination all’Oscar nel 1966 per il ruolo di Nick in Chi ha paura di Virginia Woolf? di Mike Nichols, con il quale aveva già lavorato in teatro e dal quale fu direttamente scelto dopo il forfait di Robert Redford, inizialmente scritturato dallo studio. Lo stesso anno è protagonista di Quiller Memorandum, una produzione britannica realizzata da Michael Anderson su sceneggiatura di Harold Pinter, un grande classico del cinema di spionaggio. E lui è perfetto: un agente americano mandato in missione a Berlino per sostituire una spia inglese assassinata. Finisce in un gioco tragico ordito da una organizzazione neo nazista. Purtroppo non sono mai riuscito a trovare il libro da cui il film è tratto, uscito all’epoca in Italia per Feltrinelli con il titolo Operazione Phönix (scritto così) e mai più rieditato. L’autore Adam Hall (al secolo Elleston Trevor) si era inventato questo agente speciale, Quiller appunto, operativo di un braccio segreto dell’Intelligence inglese. Il film è davvero bello, solido, con attori eccellenti. Non solo Segal, anche Senta Berger e Alec Guinness, resta curioso che si sia scelto un protagonista americano, ma forse era per non sembrare troppo James Bond.

 

Quiller Memorandum

 

A cavallo tra i 60 e i 70 Segal ha il suo momento di gloria. Si rivela ottimo interprete brillante e la commedia di Herbert Ross Il gufo e la gattina (1970), lui in splendida coppia con Barbra Streisand, è un successo di pubblico notevole. E poi apriti cielo: nel 1974 California Poker, il mio Altman preferito in assoluto, definito dalla rivista “Volture” «the greatest gambling film of all time», ed è vero. Un capolavoro con Segal giornalista posseduto dal demone del gioco che insieme a un altro giocatore incallito e sfortunato, Elliott Gould altrettanto straordinario, mette in piedi un piano per sbancare il casinò di Reno. Due protagonisti al servizio di una regia altissima che riesce a essere straniante come la partitura di free jazz di cui è impregnata la colonna sonora, e però, allo stesso tempo, calda e agganciata ai personaggi, una specie di miracolo cinematografico proprio solo dei grandi.

 

California Poker

 

Poi un sacco di altri ruoli a volte importanti altri meno, mio guilty pleasure è Rollercoaster: il grande brivido (1977) ma siamo già oltre l’apice della gloria rappresentato probabilmente lo stesso anno da Non rubare… se non è strettamente necessario di Ted Kotcheff con Jane Fonda, altro buon risultato al botteghino. Non ha mai mollato il colpo però: ha fatto il nonno nella sitcom The Goldbergs fino all’ultimo respiro.

 

The Goldbergs

Scrivi