Inseguendo l’inafferrabile Enzo

Ho incontrato di persona Enzo Jannacci solo tre volte.
La prima, nel 1979. Avevo dodici anni, era appena uscito Foto ricordo, uno dei suoi dischi più belli e quello che segnò il canto del cigno della gloriosa etichetta Ultima Spiaggia, fondata da Nanni Ricordi e Ricky Gianco, distribuita dalla RCA e fallita nell’arco di cinque anni. Mia madre lo ascoltava tutti i giorni. Io ancora probabilmente non lo capivo, ma lo sapevo a memoria. E mi piaceva tantissimo. Non sapevo che suo figlio Paolo (che non solo ne ha fisiognomicamente ereditato il Dna fin quasi ai confini con la clonazione ma anche la sensibilità, la maestria e l’ecletticità di musicista nel senso di suonatore) frequentasse la mia stessa scuola, un istituto privato di Milano col senno di poi piuttosto triste. Lui era alle elementari, io all’ultimo anno delle medie. Enzo lo veniva a prendere con quella che ricordo come una Fiat 1100 beige già vecchia allora ma che potrebbe benissimo essere stata anche un’utilitaria Simca da poche lire, che già all’epoca mi chiedevo come mai non avesse le stesse macchine da ricchi che stazionavano davanti all’istituto per caricare i figli dei ricchi e riportarli nelle case da ricchi. E quel giorno era vestito con dei jeans e un giubbotto sempre del medesimo jeans che facevano uno strano pendant. Gli ho detto: “Buongiorno signor Enzo, ascolto sempre i suoi dischi vecchi ma anche soprattutto l’ultimo. Mi piace tanto Io e te”. Lui mi ha risposto “Ma và, dai. Grazie”. Poi è arrivato Paolo ed è salito in macchina e io li ho salutati dal finestrino del pullmino che mi riportava a casa con altri bambini e ragazzi della scuola. L’ho poi visto altre volte quell’anno, senza più avvicinarlo. Non che mi avesse messo soggezione, ma pensavo che magari non è che ci avesse proprio creduto che un ragazzino di dodici anni potesse davvero apprezzare Io e te o Saltimbanchi o Natalia o Mario. Sicché.

 

 

La seconda volta fu nel 1986, a gennaio. E dal 1979 lo avevo visto in tanti concerti, tantissimi, tutte le volte che potevo, senza mai aspettarlo come facevano molti all’uscita degli artisti o fuori da qualche arena. Qualche mese prima era uscito L’importante, un disco con dentro robe bellissime come Oriente, L’importante è esagerare o Son s’cioppàa e L’orchestra ma che ben pochi ancora conoscono; un po’ perché non è mai stato ristampato in cd e un po’ essendo stato Ci vuole orecchio, nel 1980, l’ultimo vero suo grande successo popolare e poi mah malgrado i Sanremo da solo e con Paolo Rossi, anche se a lui non gliene fregava niente. Avevo diciannove anni e stavo aspettando il 12 in via Mecenate poco dopo la mezzanotte uscito da casa di un mio compagno di liceo dove ero andato a giocare a certi videogiochi del Commodore 64 che all’epoca sembravano graficamente quello che sembra oggi ai ragazzini Red Dead Redemption II. Era una di quelle sere in cui a Milano c’era la nebbia vera, quella che ormai è scomparsa insieme a un altro elenco di cose lungo sette chilometri, e non solo atmosferiche. Non si vedeva da qui a lì in piena città, e non è un’esagerazione. Per esempio, il tram 12 mica si vedeva finché non frenava, anche se lo si sentiva arrivare nella caligine. C’era con me anche, uhm, diciamo il B. (siccome non lo frequento da trent’anni magari se lo cito si incazza). Fatto sta che a un bel momento dal nulla compare Enzo in bicicletta intabarrato come un ussaro, ci si ferma di fianco e fa: “Scusate, ma il ponte dov’è?”. Si riferiva al ponte da cui si arriva in viale Corsica e poi si arriva alla circonvallazione. Lui abitava in viale Romagna, nello stesso palazzo di Dario Baldan Bembo; lo sapevo perché se aprivi l’elenco telefonico di Milano e cercavi Jannacci Enzo, lui, a differenza degli altri artisti famosi di Milano, lo trovavi. A me l’epifania mi aveva immobilizzato: mezzanotte passata, un freddo della madonna, la nebbia assassina, il tram che tarda e dal niente vien fuori Jannacci. Non sembrava neanche reale. Al che B. gli dice: “Ma come, Enzino? Giù di là, poi giri, vai dritto, giri ancora a destra e sei a casa!”. Giuro. Che poi non lo sapevamo se dovesse effettivamente andare a casa o chissa dove, eh. E lui risponde: “Ah, sì, capito. Ciao”. E pedala subito, e scompare nel niente a cinque metri da noi, massimo sei.

 

 

La terza volta è stata nel 2011, a primavera ma non ne sono sicuro. Credo fosse poco dopo che la benemerita Ala Bianca aveva appena pubblicato il boxino Remastering con dentro -finalmente- in cd album immensi come O vivere o ridereQuelli che…, Secondo te… che gusto c’è? e appunto Foto ricordo; anche se l’ultimo vero disco di studio di Enzo, L’uomo a metà, risaliva ormai a otto anni prima e ancora non sapevamo che non ce ne sarebbe stato un altro di robe nuove se si eccettuano le reincisioni di Milano 3.6.2005 (realizzato per i suoi settant’anni) e quel pezzo misterioso contemporaneo commovente e bellissimo che è Desolato, messo in apertura di L’artista (un altro disco di riletture speciali pensato con Paolo come quello del 2005, con la voce già flebile ma ancora piena di sentimenti, uscito postumo nel 2013). Avevo in mente di proporre un’intervista al Corriere della Sera, e l’ho incontrato ancora per caso alle dieci del mattino vicino a piazza Piola. Forse non stava già bene, sembrava affaticato. Non so dire come sia successo, ma quella volta abbiamo parlato per un’ora e rotti. Anche di cose della mia famiglia che riguardavano anche lui quando a Milano c’erano tanti artisti che facevano il teatro, le canzoni e il cabaret, ma è una storia lunga. Jannacci mi parlava. A me. A me che avevo nel 2011 la stessa età che aveva lui quando aveva la 1100 e aveva fatto Foto ricordo e andava a prendere Paolo a scuola e io tornavo a casa a riascoltare Io e te con la mamma; una coincidenza circolare che ancora oggi mi riempie di una nostalgia strana.

 

 

Non abbiamo parlato di canzoni o di musica; non tanto, perlomeno. Abbiamo parlato di non so cosa, dello stato delle cose, di quelle cose che succedevano alla sua gente e che lo intristivano da sempre, continuando a saltare di palo in frasca come faceva lui che sembrava non pensasse, ma che in realtà aveva un cervello che pensava più veloce e meglio di quanto poi il suo organismo non gli consentisse di dire. Ricordo che era molto serio; con questo confermando non solo il luogo comune che i comici sono tra le persone più tristi del mondo, ma anche che dentro al suo, di mondo, e alle parole e alle armonie e agli arrangiamenti personalissimi e unici e inimitabili delle sue canzoni, come tutti sanno, c’era sempre stato davvero poco da ridere. D’istinto, quando educatamente lui mi disse che s’era fatta una certa e non aveva più tempo, lo abbracciai forte. Non ne fu stupito. Speravo che lo avrei rivisto, anche perché poi quell’intervista al Corriere non la proposi più e non l’avrei proposta mai. E invece. Scrivo nella notte tra il 27 e il 28 marzo, a dieci anni esatti dalla sua morte; e non so bene perché vi ho raccontato quello che avete letto fin qui. I celebratori professionisti, quelli che hanno i coccodrilli nei cassetti e in archivio le commemorazioni precotte delle ricorrenze, ammesso che lo facciano e che si ricordino di quest’uomo che non è mai stato davvero nel suo tempo quando c’era e figurarsi ora che non c’è più, vi diranno, tra oggi e domani e poi ciao, le solite cose sul cane con i capelli, su vengo anch’io e no tu no e di come ci voglia orecchio e di come si debba avere sempre il pacco immerso dentro al secchio, di Cochi e Renato, del Derby, della tappezzeria, del nonsense, delle volte che è stato un UFO al cinema (questo l’ho fatto anche io, per un’altra testata, lo ammetto), ovvero sempre le stesse cose che si dicono si dicevano e si diranno di Enzo Jannacci all’anagrafe Vincenzo fingendo di fare finta di averne afferrato l’inafferrabilità e di averne esaurito l’inesauribilità. Io no. Ho solo questo da dire, e già mi è stato praticamente estorto perché avevo promesso alla redazione che avrei fatto un pezzettino da 4000 battute e invece alla fine di questa frase siamo già di poco oltre il doppio. Ecco, tutto qui, verrebbe da chiosare. Ma appunto, l’ho già fatto altrove. Quindi vi ricordo che il cane dell’avvenire è il labrador. E che, se siete giovani come io non sono ormai più, forse magari sarà tra di voi che ci sarà qualcuno che tra uno sputo e una spinta troverà un’altra penicillina, altre forme d’amore, forse un po’ più di grinta per cacciar via tutti imbroglioni, cantanti, cioè noi.