Irene Serini da quattro anni sta facendo quello che in Italia nessuno, o quasi, fa: i conti con una figura fondamentale, e tuttora molto controversa tanto da essere oggetto di rimozione, della nostra cultura come Mario Mieli (al centro recentemente anche del film di Andrea Adriatico, Gli anni amari). Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli è un progetto articolato in cinque spettacoli, tra loro indipendenti, che approfondiscono il pensiero e inevitabilmente la vita di Mieli, in maniera ironica e appassionata, «tra risate ed emozioni varie». La quarta tappa del percorso si intitola Abracadabra [studio #4] – Il regno della libertà e sviscera il rapporto tra capitalismo e identità di genere e sessualità. In occasione del debutto al Teatro Litta di Milano dove è in scena fino all’11 ottobre abbiamo incontrato Irene Serini.

 

 

 

Come nasce il progetto?

La scintilla vitale è scattata quando mi sono ritrovata a leggere Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli, tratto dalla sua tesi di laurea. Un titolo complesso da digerire oggi come oggi, anche fraintendibile, si tratta di un testo di filosofia morale che indaga l’orientamento sessuale, l’identità di genere, ma non è rivolto esclusivamente a un tipo di lettore perché indaga questioni che riguardano ognuno di noi. Lo fa in termini rivoluzionari (è un testo scritto negli anni 70), visionari. Per me leggere quel libro è stato un grandissimo atto di libertà perché mi ha fatto entrare in contatto con quelli che sono i buchi neri della mia sessualità, del mio modo di intendermi donna e persona. Riconoscente di questo e sentendo la vitalità che si annidava in quelle parole ho deciso di farne uno spettacolo. Mica facile perché dentro quelle 250 pagine c’è tanta di quella roba e anche dentro la vita di Mario Mieli perché lui visse trent’anni, ma come mi disse un suo caro amico, un anno di Mario era come dieci dei nostri quindi è come se ne avesse vissuti 300…

 

Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli è articolato sul lungo periodo…

Ho iniziato il lavoro all’ultima edizione di IT Festival, nel 2017. Venivano richiesti 20 minuti di performance, il che era congeniale con tutta una serie di cose che mi interessava affrontare, in particolare la velocità, l’intensità. In origine speravo di fare un unico spettacolo che durasse trenta minuti, un minuto per ogni anno della vita di Mieli, sarebbe stato bellissimo. Ma nessun teatro era interessato per problemi assolutamente logici, quindi mi sono detta che se non riuscivo a fare uno spettacolo di trenta minuti su Mario Mieli, avrei fatto uno spettacolo che dura cinque anni. E così è andata. Stiamo infatti facendo uno studio per ogni anno, quindi cinque spettacoli in cui affronto la sua vita in maniera trasversale, ma anche tematiche differenti. Chi ha visto gli studi precedenti ha visto evocato tutto il pensiero legato a identità di genere e sessualità per come la viviamo intimamente, adesso cominciamo a rivolgere lo sguardo su quello che è il rapporto molto stretto tra economia politica e identità di genere.

 

Ovvero?

La domanda è quanto il capitalismo si insinua nelle maglie della nostra sessualità, quanto ci orienta anche in termini di gender, in che misura invade il nostro privato, ci cataloga, ci divide, ci commercializza perché stiamo parlando di uno spettacolo che potrebbe anche evocare un pensiero anticapitalista, gender fluid, però, nell’epoca in cui stiamo vivendo quale che sia l’anomalia rispetto alla norma, quale che sia il prendere una distanza, verrà comunque commercializzato e se viene commercializzato viene reinserito in quel sistema. Stiamo comunque dentro il sistema, questa è l’ambiguità, la perversione, che distingue noi dai tentativi anni 70 compiuti da Mario Mieli.

 

 

I cinque studi sono tra loro indipendenti?

Assolutamente. Ogni tappa è uno spettacolo a sé, che il pubblico può vedere senza aver visto gli altri. Non è propriamente un serial perché non sei costretto ad avere visto gli studi precedenti. Potresti vedere anche soltanto il quinto, in cui affronteremo il pensiero di Mario relativo all’educazione del bambino e della bambina. Le tematiche sono diverse in ogni studio.

 

Hai scelto una formula magica per entrare nel mondo di Mario Mieli…

Sicuramente è stato un richiamo che ho sentito dettato dal fatto che lo stesso Mieli era attratto da ambienti alchemici, esoterici. “Abracadabra” è una parola veramente misteriosa, che esiste da un’eternità, ma di cui non si conosce il significato (o che in pochissimi sulla faccia della Terra conoscono). L’incantesimo stesso è qualcosa in parte di abbagliante, ma per come lo interpreto io non è una magia felice, è qualcosa che ti ritrovi a vivere inconsapevolmente. Mario Mieli nella vita è stato un visionario, un incantatore, il mondo è pieno di persone che si sono fatte affascinare dalla sua persona, si esprimeva in tanti modi, con le azioni oltre che con le parole e i concetti scritti. Questo incantatore provava anche a squarciare tutta una serie di illusioni su cui fondiamo la nostra esistenza, illusioni che la società è disposta a costruire per vivere “meglio”.

 

Mario Mieli è stato un rivoluzionario, un visionario ma in Italia è poco conosciuto. Come mai?

Leggerlo non solo ha reso più agile il mio cervello, ma pur trattandosi di un testo di filosofia morale mi ha profondamente commosso, così come mi ha profondamente commosso tutto lo studio della sua vita. Stiamo parlando di una persona che a trent’anni ha scelto di lasciare questo mondo, di sua volontà. Sicuramente viveva con enorme intensità anche una forma di solitudine intellettuale, un aspetto che ha a che fare con il dolore e che mi ha scosso e mi ha mosso a compiere tutta questa impresa. Il fatto che non sia conosciuto è altrettanto doloroso perché si può lasciare questo mondo, ma perdurare in esso con i propri scritti, le proprie opere… La sorella Paola sta facendo tantissimo in proposito, ha fatto rieditare Elementi di critica omosessuale, con Massimo Prearo recentemente ha pubblicato La gaia critica, i suoi testi politici, adesso sta lavorando con Milo de Angelis per editare tutte le sue poesie. E qui ci avviciniamo a uno dei possibili problemi: un conto è dire Mario Mieli è stato rimosso perché i temi che affrontava e il modo in cui li affrontava erano tabù, per cui ha avuto un exploit in cui è stato ascoltato, in cui veniva invitato alla RAI Radio Televisione italiana vestito da donna e poi basta, è andato perduto perché era troppo. Questo è sicuramente vero. Ma è anche vero che non era facilmente collocabile e per questo, credo, si tende a inserirlo sempre nel luogo in cui si esprimeva che era la militanza gaia, però lui era poeta, filosofo, perfino attore, era una persona che utilizzava il teatro come mezzo di comunicazione, è stato uno sceneggiatore… È stato troppa roba per essere ricordato, noi che arriviamo dopo non sappiamo più come collocarlo. Purtroppo l’enormità di un certo tipo di carattere, di un certo tipo di esperienza è difficile da riportare.

 

Come hai scelto gli argomenti da affrontare?

Non è stato facile. Non dobbiamo dimenticare che il modo che lui aveva di esprimersi era tanto anni 70 e, oggi come oggi, gli anni 70 sono complicati da digerire perché siamo in un altro tempo, un tempo in cui quel tipo di provocazione dà fastidio, non provoca gli stessi effetti di allora. Devi fare un’operazione di traduzione sennò rischi di risultare banale, ingenua, perfino noiosa… La domanda che mi sono posta è: faccio un monologo nostalgico su Mario Mieli oppure faccio un monologo su Mario Mieli che parte dal suo pensiero per elaborarlo e capire quanto c’entra con la nostra quotidianità, con il nostro oggi, adesso che siamo nel 2020? Quanto del pensiero vissuto, esibito da Mieli nel ’77 è ancora presente, vivo, ci riguarda, può essere una sorta di leva da utilizzare per elevare l’animo umano? Questo presupposto permea tutto il tentativo di una vitalità diversa rispetto a un’opera, di qualunque tipo essa sia, che si limita a celebrare il vissuto. Non mi interessava l’operazione nostalgica, noi vogliamo far vivere ancora oggi quel tipo di pensiero perché dal nostro punto di vista – mio e di tutte le persone che partecipano al progetto – quei concetti sono oggi più che mai vitali.

 

 

Nel quarto studio passi dal monologo al dialogo.

Nei primi tre studi sono stata sola in scena anche se il pubblico era disposto a cerchio intorno a me, quindi in realtà eravamo tutti in scena. A me sarebbe piaciuto continuare a portare il pubblico in scena con me, ma non è più possibile a causa del Covid. Quindi diventa un dialogo, sul palco con me c’è Caterina Simonelli, presentata al pubblico come tecnico che poi assume via via più importanza. C’è poi un’altra forma di dialogo che abbiamo inserito con delle animazioni video fatte da Anna Resmini che riesce in maniera magica – il termine si sposa a meraviglia – a tradurre tutta una serie di concetti in immagini in movimento. Sono una serie di squarci all’interno dello spettacolo molto toccanti che rendono libero lo spettatore di entrare in un’altra dimensione e approcciarsi diversamente.

 

E cambia anche la geometria, dal cerchio al triangolo…

Simbolo che si associa al potere e, dal momento che indaghiamo la relazione con il potere economico, era la figura geometrica più calzante per questo studio. Cambiamo la geometria dello spazio per lavorare sulla geometria del cervello, per rivoluzionare un po’ quella del cervello o dell’animo… Per il quinto e ultimo studio troveremo ancora un’altra figura che possa essere rappresentativa di quello che andiamo costruendo.

 

 

Usi spesso il “noi” perché è un progetto collettivo?

Tutto questo lavoro è ideato da me, ma richiede a qualunque partecipante di investirsi molto in termini autorali, di partecipare fortemente, non è quel classico lavoro in cui i ruoli sono divisi in maniera granitica e gerarchica. Caterina Simonelli, Anna Resmini, la Compagnia IF Prana hanno invaso il progetto col loro sguardo, con la loro presenza in maniera veramente autorale perché tutta l’operazione Abracadabra ridiscute il concetto di ruoli. Così come si ridiscutono i ruoli di genere, allo stesso modo si ridiscutono i ruoli all’interno della creazione dell’opera. Tout se tient.

 

Foto di Luca Del Pia

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