Betty Blue (1986)

Per elaborare il lutto per la scomparsa di Jean-Jacques Beineix, autore di un film meraviglioso (Betty Blue, 1986), spulcio ossessivamente Il cinema, e oltre, diario cinefilo di Serge Daney, uno dei più grandi critici cinematografici di sempre. Nel 1981 Daney abbandona a sorpresa i Cahiers du cinéma per diventare il critico di Libération, quotidiano di sinistra, e per quanto ci riguarda è subito festa. «Era l’anno di Diva (di Beineix, ndr)», scrive lui, «un film che inaugurò in modo abbastanza rappresentativo gli anni ottanta, a un tempo leziosi e miseri, in definitiva senza grandezza». I diari raccolgono materiali scritti dal 1988 al 1991 ma non importa, retrospettivamente Beineix resta per Daney il massimo del peggio insieme a Leos Carax (al quale riconosce maggiore complessità, «ma è comunque della stessa pasta») e soprattutto Luc Besson, i cosiddetti BBC che lui odia di un amore assoluto e viscerale. Non può essere altrimenti, essendo Le grand bleu (Besson, 1988) la voce più citata in 309 pagine dopo Godard e Rossellini. I BBC sono, per Daney, l’emblema di un cinema corrotto dai suoi più pericolosi parassiti – pubblicità e videoclip – dove il culto per le immagini (in quanto tali) ha prevaricato quello per i corpi, i personaggi e il senso.

 

Diva (1981)

 

Li considera discepoli di Claude Lelouch, che per lui e quelli come lui (leggi: i Cahiers) è tipo l’anticristo, e anche quando qualcosa del loro cinema lo colpisce, finisce per confermare la sua teoria. Ad esempio: di Nikita gli piace la sequenza di Jean Reno terminator che arriva sulla scena per ripulire il disastro. Gli piace come potrebbe piacergli lo spot della tizia che entra in casa per le faccende domestiche «e di solito non pulisce il water». Quel che scrive Daney è sempre straordinario per lucidità, intuizione, stile e anedottica. Un gigante insomma, io però del suo giudizio su BBC non condivido nulla, neanche le virgole, per non parlare di Lelouch che ha fatto anche brutti film ma sul quale si sono proprio clamorosamente sbagliati. Del resto, rispetto a BBC, come potrei pensare altrimenti? Betty Blue e Rosso sangue (Carax) sono usciti nel 1986, avevo 16 anni e sono stati due dei tre film (il terzo è Manhunter – Frammenti di un omicidio) del destino, quelli che hanno segnato il mio definitivo détour cinefilo. Certo le immagini, la musica (C’est le vent di Gabriel Yared in Betty Blue, Modern Love di David Bowie in Rosso sangue) tutto quello che Daney detesta insomma, è lì, incontestabile. Ma i corpi – chissenefrega dei personaggi, per un attimo – erano quel che di più desiderabile poteva esistere in un immaginario adolescenziale.

 

Betty Blue (1986)

 

Anche oggi, trentacinque anni dopo, non riesco a pensare a una figura più rivoluzionaria di Béatrice Dalle in Betty Blue (37°2 le matin il titolo originale, si riferisce alla temperatura corporea media delle ragazze incinte al risveglio). Lei è il mio corpo-cinema per sempre, e chi se ne importa del complesso di inferiorità suo e di Jean-Hugues Anglade rispetto a Bebel e Jean Seberg di À bout de souffle. Era 25 anni dopo, in pieno riflusso, anche gli eroi non erano più quelli di una volta («i padri di famiglia sono i veri avventurieri dei nostri tempi», dice Anglade). Betty e Zorg fanno l’amore quasi senza sosta, Béatrice e Jean-Hugues sono completamente nudi per metà film, la rappresentazione erotica di Beineix è gioiosa, coinvolgente, oggi impensabile nel suo essere priva di qualunque pudica reticenza e comunque anche all’epoca, in Francia, il film fu vietato ai minori di 18 anni (io, in Italia, non ero appunto maggiorenne ma sono certo di averlo visto al cinema). La voce fuori campo di lui fa intuire che, alla fine, una tragedia incomberà, eppure non importa: di quegli abbracci si vive l’attimo, hic et nunc, e secondo me proprio questo non riusciva a cogliere la critica engagée di allora, forse per stanchezza, vecchiaia o nostalgia di un cinema estinto: solo quei baci erano pieni di vita, o fame di vita, e quella dei corpi e del sesso era la sola rivoluzione possibile contro tutti e tutto, specie se senza le menate psicanalitiche di amanti tipo Marlon Brando e Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi, il contraltare deprimente di questo cinema qua. La capacità di “sentire” l’eros di Betty Blue io, in oltre tre decenni di militanza cinefila, non l’ho più trovata, a parte Kechiche che però nel racconto dell’eros non è certo privo di problematicità. Beineix viene oggi considerato un regista marginale, ma negli anni 80 segnò un’epoca insieme alla musica che Yared scrisse per il suo film più bello, in Italia divenuta celebre anche per aver accompagnato un celebre spot di Stefanel. 

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