Forse l’importanza di Paddy Moloney come musicista sfugge dalle nostre parti, lo si è capito all’indomani della sua scomparsa (lo scorso 12 ottobre a 83 anni) leggendo tanti coccodrilli di pura circostanza. Rimediamo andando con ordine. Paddy (dall’irlandese Pádraig) comincia a soli sei anni a suonare il tin whistle, il flauto a fischietto, e poco tempo dopo la uilleann pipes, la cornamusa irlandese (uilleann vuol dire gomito). Ancora adolescente è considerato un virtuoso con entrambi gli strumenti e nel 1962 insieme a Sean Potts e Michael Tubridy fonda i Chieftains (“capi clan”) che diventano in poco tempo la principale band di irish folk dell’isola verde. Talmente bravi, versatili e spettacolari da varcare velocemente i confini nazionali rendendosi punto di riferimento musicale delle varie comunità irlandesi sparse tra i tre mondi, Europa, America e Australia. Ai numerosi concerti i Chieftains alternano un’attività discografica quasi forsennata arrivando a incidere 45 album alcuni dei quali, come Irish Heartbeat registrato con Van Morrison nel 1988 e il magnifico The Long Black Veil nel 1995, hanno un successo internazionale inaspettato, trattandosi di musica tradizionale (benché The Long Black Veil, grazie alla collaborazione di artisti come Mick Jagger, Mark Knopfler e Sting, si ammanti di arrangiamenti rock-pop). Paddy è l’anima musicale di un gruppo che conta strumentisti eccezionali come il flautista Matt Molloy, parla fluentemente irlandese ma si apre al mondo ponendosi come creativo catalizzatore di tutte le musiche di origine celtica.

 


 
 
Le sue esecuzioni recuperano in senso filologico, senza rinunciare a elaborazioni personali, sonorità galiziane, basche e tutto il repertorio scoto-irlandese che sta alla base del country statunitense e del folk canadese. Tre dischi dei Chieftains – Santiago (1996), Fire in the Kitchen (1998) e Down The Old Plank Road: The Nashville Sessions (2002) – sono la straordinaria testimonianza di questa contaminazione, che poi è un ritorno alle radici comuni. Ma tutti gli album degli anni 90 hanno il grande merito di rendere moderna la tradizione, soprattutto a livello di suoni, con produzioni sempre più perfette delle quali proprio Paddy Moloney è spesso regista. L’ultimo disco dei Chieftains è del 2012, Voice of Ages, prodotto da sua maestà T-Bone Burnett, altro crossover al quale partecipano Bon Iver, i Decemberists, Imelda May e altri. Purtroppo non sono mai riuscito a vederli dal vivo ma sono stato nel pub di Matt Molloy (che oggi deve gestire l’eredità della band insieme a Kevin Konneff: sono i soli due membri superstiti) in quel di Westport, nella contea di Mayo, e ho visto suonare lui con un bodhránista (il bodhrán è il tamburo irlandese) e un violinista. A un certo punto, per potenza, sembravano i Pogues, puro punk’n’roll anche se di altro genere, e alla fine ballavamo tutti. Il 12 novembre sarà pubblicata la raccolta definitiva Chronicles: 60 years of The Chieftains, 2 cd e un dvd dove sarà riproposto nelle versioni originali il meglio della band (in tutte le sue formazioni, non poche) in molti casi in versione live.

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