“Alzi la mano chi non ha mai provato un desiderio erotico per una figura vista solo sullo schermo. Chi non si è innamorato di un attore o di un’attrice. E chi non ha sognato di fare sesso con un attore o con un’attrice — o con entrambi. Non è un effetto collaterale. Per certi versi, è una delle funzioni sociali più importanti del cinema: allargare le frontiere del desiderio, metterci in contatto (virtuale) con creature che nella vita non incontreremmo mai, implementare il repertorio di immagini sulle quali è costruita la nostra libido. Il cinema è anche una macchina erotica. E non parliamo di cinema hardcore. Non c’è bisogno di vedere un altro essere umano impegnato in performance sessuali, per desiderarlo/la. Anzi”. Il passo viene da Short cuts. Il cinema in 12 storie di Alberto Crespi, appena pubblicato da Laterza. Apre a un aneddoto illuminante su un “club super esclusivo della Hollywood degli anni ’30” ed è solo uno degli infiniti stimoli lanciati da Crespi al lettore. Consigliatissimo.

 

 

Parlando del (quasi) sessantenne Tom Cruise e del suo (ri)vestire con la stessa grinta l’uniforme di un film interpretato circa 33 anni prima (l’originale fu girato nell’85, Maverick nel 2018), la citazione sopra esprime perfettamente l’approccio erotico e quindi estetico al cinema di cui è pervaso anche La forma dell’attore di Marzia Gandolfi (Santelli, 2021). Studio ravvicinato, a partire dalla forma fisica, di quattro star. Quattro corpi, letti come altrettante opere d’arte ben identificabili: James Gandolfini come il Balzac di Auguste Rodin, Clint Eastwood come L’homme qui marche di Alberto Giacometti, Brad Pitt come Torso del Belvedere di Apollonio di Atene e Tom Cruise come l’emerodromo, il messaggero variamente raffigurato che nell’antica Grecia era ritenuto in grado di coprire di corsa grandi distanze in un giorno solo. Se la corsa è una situazione talmente tipica e trasversale, nella filmografia di Cruise, da diventare oggetto di montaggi online, estremamente più rara è la saggistica sugli attori, studiati come forme in funzione cinematografica: per chi è interessato, l’autrice applica lo stesso sguardo anche in Kind of Blue, saggio sul cinema di Barry Jenkins, usando il corpo come campo d’indagine. 

 

 

La lettura di La forma dell’attore rimbalza senz’altro in mente, durante la visione di Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski. Scrive Gandolfi: “Come star, Tom Cruise è impegnato in una lotta costante contro chronos che minaccia il suo declino. Si tratta per lui di rimandarlo, di scongiurarlo”. In altre parole, è quello che il capitano Pete “Maverick” Mitchell dice agli allievi che deve preparare alla missione pericolosa ed eroica per cui è stato richiamato in servizio (addestrare una squadra sceltissima di piloti a neutralizzare l’uranio e la base nemica e impervia che la nasconde): “il tempo è il vostro più grande nemico”. Gandolfi ripercorre le tappe attraverso le quali Tom Cruise è diventato Tom Cruise – costruzione costante, ipermetodica di un corpo che sia insieme atletico, funzionale all’azione, desiderabile – e Top Gun: Maverick ne è (l’ennesima) prova. Film sartoriale di un attore che ha genialmente saputo costruirsi, visibilmente negli ultimi due decenni, una carriera su misura. Perfettamente aderente, come lo smoking indossato durante la masterclass al Festival di Cannes, che “a sorpresa” gli ha conferito una Palma d’oro ad honorem e apparecchiato per lui una parata della pattuglia acrobatica dell’Aeronautica militare francese. Lui che, come solo le vere star fanno, non si sottrae nemmeno a uno scatto o a un autografo chiesto dai fan al di là delle transenne. In un momento storico in cui i giornalisti non ricevono neanche più le informazioni base, il film di Cruise fornisce decine di pagine di note di produzione, dichiarazioni, dettagli, ogni reparto tecnico ha la sua (legittima) rappresentanza. È una lezione imparata da Tony Scott (alla memoria del quale il film è dedicato) e Jerry Bruckheimer, mentori del Cruise giovane e ultimi rappresentanti di un cinema di puro intrattenimento, pensato in grande. Modelli ai quali Cruise produttore e supervisore di ogni comparto guarda con ammirazione, avendo introiettato le regole e i trucchi del business. Ecco perché Top Gun: Maverick, è più che una ripresa dell’originale. È una dichiarazione d’amore per il cinema del Novecento. 

 

 

 

Al tempo stesso, Tom Cruise è un sessantenne molto desiderabile. L’uomo che ogni commercialista di mezz’età vorrebbe essere (detto senza offesa, chi scrive ha molti amici commercialisti): denti bianchissimi, una testa piena di capelli, corre in moto senza casco per esibirli al vento. Fisico armonicamente scolpito al millimetro (“sempre affusolato come un aeroplano” ha scritto Le Monde), esposto diligentemente nei suoi punti di forza (bicipite, addominali, fondoschiena). È grazie al suo allenamento che, com’è noto, può continuare ad affrontare film dopo film cadute e acrobazie senza controfigura e in questo ultimo film pilotare aerei alla massima velocità (ma anche lanciarsi dalla finestra dell’amata per non farsi scoprire dalla di lei figlia adolescente). Spingendo il limite sempre un po’ più in là. Chiedendosi ogni secondo per quanto ciò sarà possibile (difficile per tutti non chiederselo, dopo aver visto le prime immagini di Mission Impossible: 7).  Quando è con la partner Jennifer Connelly – che siano a letto nella finzione del film oppure al photocall di Cannes – è lui, tra i due, a mostrare a favore di camera più seno. Non troppo, ciò che basta. Il torso intero si scopre solo in una sequenza di pallavolo sulla spiaggia: la luce dorata, tra la patina alla Tony Scott e Un mercoledì da leoni, esalta la pelle cosparsa ad arte d’olio abbronzante. Dietro gli occhiali a goccia verdi e il sorriso killer l’ex ragazzo per pochi secondi trasforma il più macho e patriottico dei film statunitensi in un’istantanea da vacanza tra amici gay. Ma è solo un lampo, per carità, un momento di evasione e distensione con i ragazzi prima della prova di coraggio. Perché poi lì nei cieli ci sono i cattivi dello stato canaglia da abbattere, i giovani piloti da portare a casa sani e salvi, una carriera e un corpo (militare) da onorare, anche a nome di chi è caduto in servizio.

 

 

 

 L’attore si fabbrica un corpo come ciascuno di noi e questo spiega l’esistenza di un altro qualificativo centrale della sua persona, l’autenticità. Le prodezze di Tom Cruise sullo schermo, ogni balzo, ogni caduta, ogni ripresa, lo avvicinano al suo pubblico, sensibile al rischio preso, per il suo divertimento e in nome dello spettacolo”, continua Marzia Gandolfi. “Perché il nostro non è solamente la più grande star del mondo, è anche, per l’uso singolare del suo corpo, l’ultimo divo a indossare pienamente questo statuto. È un artista che ha portato l’arte del controllo di sé e della propria carriera a un punto tale di virtuosismo che è difficile non ammirarlo almeno un po’”. Con Top Gun: Maverick Tom Cruise ferma il tempo e offre un ricco spettacolo analogico, rifiutando la ricostruzione digitale per le appassionanti, curatissime sequenze di volo: riviviamo gli anni Ottanta, piangiamo con lui per l’amico perso e quello malato (lo straziante cameo di Val Kilmer), ci preoccupiamo per il figlio mai avuto e da proteggere. Ridiamo alle sue spacconate, ci spaventiamo come se fossimo anche noi a bordo di quell’aereo militare che flirta con la morte, urliamo per paura come si fa sulle montagne russe, ci inteneriamo per una castissima, improbabile storia d’amore. That’s entertainment. Lo ha scritto perfettamente Paola Jacobbi: Top Gun: Maverick è “il sequel di cui non sapevamo di avere bisogno”. 

 

 

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