«Sono sempre stata innamorata del cinema. Il cinema è il mio luogo felice, la mia madrepatria», ha detto ieri durante la cerimonia di apertura Tilda Swinton ritirando il Leone d’oro alla Carriera, perché si può sempre «fare affidamento sul grande, elastico, ampio, selvaggio, rimbalzante, senza confini e perennemente inclusivo Stato del cinema». Nella masterclass, moderata da Alessandra De Luca, l’attrice ha approfondito la questione soffermandosi sui festival che «per me sono sempre stati molto importanti. Se trascuriamo i festival trascureremo anche il grande schermo e invece dobbiamo ricordare quanto importante è l’esperienza di andare a vedere un film di cui non si è mai sentito parlare, in una lingua che non si conosce, di un regista che non si conosce. È un privilegio molto grande, i festival sono il portale che consente a questo di accadere» Ha poi ricordato il sodalizio con Derek Jarman (ha mostrato la maglietta originale di Caravaggio che indossava): «Se non lo avessi conosciuto, non farei i film come li faccio oggi. Quello che ho trovato con lui è stata una modalità che a suo tempo io pensavo essere unica, un miracolo nella mia vita ed è stato bello perché quel miracolo si è ripetuto. Derek era un artista, un pittore prima di tutto, sapeva cosa significa lavorare da solo, ma come regista sapeva di lavorare con altri. Sin dall’inizio sapevo che volevo essere un’attrice, cercavo il cinema di Antonioni, di Rossellini, Fassbinder e non avevo la sensazione che esistesse a Londra. Stavo per abbondare l’idea di fare l’attrice e Derek mi ha dato una nuova visione sul ruolo del performer, il fatto che si potesse lavorare in modo collettivo».

 

 

Sul fatto di lavorare spesso con gli stessi registi, dice: «È una questione di sensibilità condivisa. Questo grande onore che mi è stato dato qui a Venezia e di cui non riesco a parlare… Ma non mi riconosco nella parola “carriera”, mi riconosco nella parola “vita”, non so cosa sia avere una carriera. Io ho una vita, quando sento parlare di carriera mi sembra qualcosa di diverso dalla vita, ma io ho avuto il privilegio di sviluppare la mia carriera e la mia vita in un unico gesto, i registi con cui lavoro – Luca Guadagnino, Jim Jarmusch, Wes Anderson – sono i miei amici, molto prossimi, cuciniamo insieme, scherziamo insieme, cresciamo insieme». Tilda Swinton ha poi parlato della necessità di superare le classificazioni, applaudendo alla scelta della Berlinale, annunciata a pochi giorni dall’inizio della Mostra, di trasformare il tradizionale doppio premio per l’attore e per l’attrice in un premio per l’interpretazione genderneutral: «Bravi, che sollievo, è una questione di buon senso, una cosa positiva. Per non so quale motivo gli esseri umani si interessano molto alle classificazioni, credo che stiamo gradualmente capendo che non è la direzione giusta, in nessun senso. Dividere le persone, definire il percorso di una persona parlando di genere, classe, etnia è uno spreco. La vita è troppo breve per questo. Credo sia inevitabile che il percorso iniziato da Berlino venga seguito da tutti, l’idea di doversi fissare, di doverci classificare, mi dà un senso di claustrofobia e mi intristisce». Infine ha parlato del suo impegno con il Derek Jarman Lab di Londra, col quale sta lavorando a «un film sull’apprendimento, un argomento che ci ha fatto molto riflettere durante il periodo di lockdown. È ispirato alla scuola steineriana che ho fondato in Scozia, che è stata frequentata anche dai miei due figli, e che è stata molto importante anche per me». L’idea è nata proprio durante il lockdown: «Penso che dalle fratture come questa, dalla pandemia che stiamo vivendo si debba ricavare l’opportunità di cambiare. La domanda che ora mi pongo è: di cosa avranno bisogno i nostri bambini? Di flessibilità, di autonomia e di relax».

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