E dunque, Mike Flanagan è davvero un autore. Con il quale fare i conti. Il suo Carrie, benché sviluppato come mini serie in 8 puntate per Prime, si lega agli esordi di Oculus – Il riflesso del male (2013), uno degli episodi fondativi dell’horror contemporaneo (anche se gli snodi epocali e perfino generazionali sono oggi rapidissimi, per cui il 2013 sembra una preistoria lontana, in termini cinematografici e multimediali) e va quindi a chiudere un cerchio. Benché in maniera ancora acerba, in Oculus soprannaturale arcaico e tecnologia digitale contemporanea convivevano in una struttura narrativa complessa, tutti elementi recuperati in Carrie. Da una parte la suggestione della stregoneria classica, con questo rimando al puritanesimo della famiglia della giovane protagonista, elementi centrali anche nel romanzo di Stephen King e nel film di Brian De Palma, dall’altro la trasformazione di argomenti già tipici dell’horror attraverso il mezzo (lo smartphone e in generale i media digitali) e il fine (la comunicazione epidemica, quindi portatrice di una malattia sociale, via social).

Certo, dall’esordio a oggi nella filmografia di Flanagan ci sono stati passaggi importanti. Il passo falso di Somnia (2016), l’inizio del rapporto con Netflix, Il terrore del silenzio (2016), concluso con la miniserie La caduta della casa degli Usher (2023), per chi scrive il suo capolavoro, e soprattutto i film da Stephen King. Il gioco di Gerald (2017), Doctor Sleep (2019), The Life of Chuck (2024, da un racconto non horror dell’antologia Se scorre il sangue del 2020) e ora Carrie, che peraltro deve fare i conti con il mito del film di Brian De Palma del 1976 (ma non li fa: va in altre direzioni). Eppure, per tutti i registi contemporanei di horror e cinema fantastico, e per Flanagan in particolare, questa dialettica tra il soprannaturale (visto come eredità classica, persino gotica, vedi Usher) e il contemporaneo iper tecnologico è uno degli elementi più interessanti e forse non ancora del tutto analizzato. Ci ha provato anche King. Pensate alla centralità dei telefoni cellulari nei suoi romanzi e racconti più recenti (per modo di dire: un arco di un ventennio), in alcuni casi cringe (si pensi a Cell, 2006, uno dei suoi libri peggiori), in altri scontato (Il telefono del signor Harrigan, racconto alla Poe piuttosto prevedibile) ma comunque inevitabile. E tuttavia, Flanagan è uno dei nostri. Anche lui più appassionato al soprannaturale (il classico, il gotico, il passato: benché le sensibilità di sguardo e penna siano come detto quelle della narrativa complessa) rispetto al contemporaneo digitale con i suoi argomenti ineludibili.

Se Carrie fosse solo una versione horror di Adolescence, con il suo bel catalogo di temi sull’adolescenza (bullismo, inadeguatezza, assenza di figure genitoriali e crisi dell’autorità educativa), sciorinati nella seconda parte della miniserie, francamente la più debole, non saremmo qui a ragionarci su, o almeno non chi scrive; e invece è il fantastico a essere coinvolgente. Complice l’eccezionale giovane protagonista Summer H. Howell, il carattere fiabesco (quindi arcaico) di Carrie viene accentuato. In certi momenti sembra la Jennifer Connelly di Phenomena (1985, pure lei era schernita dalle compagne, se non proprio bullizzata), entrambe finiscono per avere, con il loro potere, un rapporto naturale, salvifico (anche se per Carrie sarà un’illusione, la salvezza) mentre è ad esempio più problematico per Danny da bambino (Shining, ma conta l’età ovviamente) e addirittura traumatico da adulto (Doctor Sleep). In Carrie la tragicità che sconfigge l’eroina magica, si badi bene, nulla ha a che fare con la sua natura, ma è conseguenza del contesto. A partire dalle esercitazioni a scuola in caso di mass shooting tipo Columbine, è chiaro come la scuola e la stessa Chamberlain (con le sue corruzioni) siano specchio dell’America oggi, e questo anche è elemento di interesse ma da maneggiare con cura, il rischio della retorica è sempre dietro l’angolo, come i mostri di Lovecraft. Resta da dire del rapporto tra Flanagan e King. Lo scrittore lo considera il suo “migliore adattatore”, e va bene. La sensazione è che il regista sia a volte più realista del Re, con un effetto appesantimento o superfluo piuttosto netto. Due cose, in Carrie: l’introduzione della “madre” cacciatrice di ESP con contorno di giovani mutanti resistenti, forse omaggio all’innegabile interesse di King per figure simili (vedi, di recente, L’istituto, 2019), e la “materializzazione di Tony”, ovvero l’amica immaginaria Emaline rappresentazione del potere telecinetico. Peraltro Emaline di cognome fa West, la strega dell’ovest di Oz. Erano figure necessarie? NO


