La decostruzione di un’immagine impoverita dal pregiudizio e dalla diffusa superficialità ma pure la rielaborazione di un senso rinnovato capace di restituire un nuovo ordine alle cose, indicare una direzione, creare quel filo rosso che genera la comunità. A questo guarda il bel documentario di Gretta-Garoliina Sammalniemi, produzione tedesca ma realizzato in Finlandia, dedicato al rapporto appassionato tra danza e pole dance. Seguendo le vicende di una manciata di personaggi alle prese con una personale idea di riscatto e autostima, Heavy Metal Dancers è un documentario che si concentra sull’accettazione delle proprie imperfezioni fisiche e la ricerca ostinata della perfezione sul palco, cifra di una passione che indica sacrificio e dedizione ma anche forza e coraggio di domare i propri corpi, la propria vita, inevitabilmente facendo i conti con il proprio passato non privo di sofferenze e mancanze.

 

 

È questo l’aspetto maggiormente sondato dalla regista. Il suo sguardo si concentra sulla messa in scena di un contrasto visivo, una contraddizione che si fa specchio di una distanza tra un’attrazione, quella espressa dal corpo dei personaggi con le loro acrobatiche movenze, e un’immersione, quella raccontata da profondi sentimenti che emergono da un vissuto emotivo carico di dolore. Tale procedimento di limatura degli stereotipi si trasforma progressivamente in istanza narrante volta a raccogliere e rilanciare più umanità possibile: c’è l’insegnante di matematica e fisica, con figlio autistico e figlia lontana, che grazie alla pole dance entra in una nuova vita a 53 anni; c’è la ragazza che sceglie la provocazione per raggiungere con la propria arte prima se stessa e poi il pubblico a cui si rivolge con successo, senza temere il giudizio di chi la critica; c’è la donna che ha perso il figlio e comprende che l’unico modo per rispondere all’angoscia indicibile è proprio la pratica di questo sport affascinante e pericoloso, quasi a voler sfidare il limite, il rischio, la morte; c’è la madre divenuta istruttrice che ha raggiunto una dimensione di equilibrio nonostante un passato tormentato, in conflitto con gli altri e il proprio corpo; e poi ci sono le ragazzine ambiziose, felici di abitare un corpo svincolato dai dettami della moda, che oltrepassa i cliché omologanti, che desidera esprimersi per quello che vuole, non per quello che vogliono gli altri.

 

 

E proprio nella convergenza degli sguardi, il film di Sammalniemi trova l’armonia definitiva: restiamo ammirati a guardare i movimenti di questi corpi e comprendiamo la potenza di un’immagine, e di uno sport, in grado di ricostruire relazioni, testimoniare tenacemente un tessuto virtuoso lasciato spesso soffocare, allontanato, nascosto, reso invisibile. Ecco, il film è tutto qui, nella forza di un’immagine che restituisce dignità a un movimento; nel coraggio raccolto da un’immagine per ribadire l’inconsistenza illusoria della perfezione.

 

Fino al 31 dicembre in streaming gratuito qui

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