Incorniciato da forme bizzarre, contorni sghembi e colori acidi, l’insolito mondo rappresentato da Love Me Tender non riflette semplicemente lo scenario di una vicenda in bilico tra il grottesco e il surreale, ambientata nel Canton Ticino, con protagonista Seconda, giovane donna incapace di uscire dalle mura di casa. Come già accadeva nel suo esordio Il nido, in questo secondo lungometraggio realizzato a distanza di tre anni, la regista svizzero peruviana Klaudia Reynicke mette in scena il collasso di un’armonia determinato da un’implosione emotiva, traduzione di un modo di intendere la vita che al contempo si fa schermo di fatiche inesprimibili a parole. Il gesto, lo sguardo, l’azzardo euforico della libertà sono i segni di uno squilibrio che Seconda subisce non solo come conseguenza di un sentire lacerante e respingente (con il quale si identifica del tutto, lei è seconda di nome e di fatto, nata dopo la sorella Justine, venuta a mancare in tenera età), ma come rivelazione per una via d’uscita, una vera rinascita dello sguardo. Il personaggio interpretato da Barbara Giordano è e ha un corpo che declina la presenza dell’altro, del nuovo, dell’intruso che irrompe improvvisamente come alieno e opportunità nella sua vita di sostituta: imprigionata dalla sua solitudine e chiusa nelle pareti domestiche, Seconda è chiamata a fare i conti con ciò che sta fuori, ma che lei riconosce dentro, un mondo dimenticato fatto di aria, terra, luce e relazioni.

 

 

 

«Seconda è una donna che deve affrontare una lotta interna, come tanti esseri umani – ha dichiarato la regista -, ma lo fa in modo diverso. Ho scelto di raccontare il suo dramma senza ricorrere alle più frequenti forme cupe utilizzate dal cinema ma attraversando una leggerezza che non vuole sottovalutare la sua sofferenza».
Love Me Tender amplifica il dolore di Seconda grazie a questa leggerezza e per tale ragione è un film coraggioso. Infatti, se da una parte rigetta gli stereotipi maschili smascherandone l’inconsistenza, dall’altra guarda in modo generoso e non gratuito al senso della morte, come sottolineato da uno dei due brani della colonna sonora, Passacaglia della vita di Stefano Landi (che si ascolta anche in Favolacce): “Bisogna morire. È un sogno la vita. Che par si gradita, è breve il gioire. Bisogna morire”. Svincolandosi da un’idea statica di morte, il film si muove così tra le pieghe misteriose della vita esplorandone la complessità, tenendosi ben distante da derive filosofiche spicce o dal fornire risposte accomodanti. Il film s’interroga sul rinascere ma lo fa stringendo il campo visivo su Seconda e creando un disturbante effetto soffocante dall’inevitabile riflesso affettuoso: donna in cerca di pace ma in guerra, determinata a farla finita ma consapevole di essere attaccata alla vita e capace di mettere in gioco la propria solitudine (un po’ come la protagonista di La donna elettrica), Seconda rialza lo sguardo, esce dagli schemi, frantuma la sua condizione di supplente e conquista finalmente il proprio spazio, la propria identità, con tutte le sue contraddizioni ma restando autentica.

 

 


 

 

Il film è visibile dopo una semplice registrazione su www.artekinofestival.com

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