Teresa e Montoya sono due agenti di polizia immersi nel caos metropolitano di Città del Messico. Raccontano le loro storie – appaiando l’uso di una voice over descrittiva alla messa in scena in tempo reale di quel che viene narrato – e si svelano piano piano per quello che sono. Apparentemente incompatibili, certo, ma colleghi solidali, amici fraterni e, infine, coppia affiatata: una “pattuglia dell’amore” che affronta le avversità e le criticità quotidiane dell’ambiente corrotto e malsano della metropoli messicana. Lo stile è ricercato e contrasta volutamente, quasi negandola, la natura documentaria del racconto, mettendo sotto scacco la relazione, sempre più ambigua, tra forma e contenuto. Ma il film di Alonso Ruizpalacios ha ancora le sue realtà da svelare, le certezze da mettere in discussione, i giochi di prestigio da utilizzare. Dopo avere, nel precedente Museo, ispirato a un reale colpo al Museo Antropologico Nazionale di Città del Messico, ribaltato le regole e i canoni dell’heist movie, svuotandolo dall’interno per dargli nuovo senso, in quest’ultimo Una película de policías Ruizpalacios rilancia, fin dall’ironico didascalismo del titolo, il suo desiderio di smantellamento del concetto stesso di film poliziesco per mettere in scena una rappresentazione a scatole cinesi che ha lo scopo, neanche troppo velato, di farsi beffe del reale, di usare la macchina cinematografica come un vero e proprio infiltrato, una camera-personaggio destinato a stracciare il velo di ipocrisia che pervade la realtà e le nostre certezze.

 

 

Una película de policías è un film di finzione che imita il documentario, è un documentario che irride la finzione, è un esperimento metacinematografico che flirta con il sabotaggio, una mossa ribelle che sa di sberleffo pur parlando di cose serissime. La denuncia della corruzione poliziesca, dell’ambiguità delle forze dell’ordine nella gestione di una città misteriosa e criminale, si affianca a una riflessione sarcastica sulla forza espressiva dell’immagine, che nasconde la realtà più di quanto ci aiuti a rivelarla. Il cortocircuito si manifesta in una continua negazione delle regole del climax poliziesco: l’azione si nega quando ce la aspetteremmo, il fuori campo ci estromette dal filo della narrazione, il montaggio si appiana quando si intuisce la frenesia, le rivelazioni si ribellano alla convenzione lineare della trama. Ruizpalacios però, nella sua fin troppo tetragona consapevolezza teorica, a tratti rischia di farsi fagocitare dall’idea che sottintende il suo cinema più che lasciarsi trasportare. Una película de policías, con la sua continua voglia di scartare per abbandonare e bombardare tutte le nostre ipotesi sul genere (e sulla realtà), si rifugia in un cinismo beffardo che raffredda l’atmosfera, ingessa nei suoi ribaltamenti anche gli ultimi bricioli di narrazione, negando ogni sbocco che non sia quello dell’adesione intellettuale, del sarcasmo, di un cinismo a volte sin troppo insistito. Certo, Ruizpalacios sa bene – fin troppo bene – cosa sta facendo ma non sempre il rifiuto della semplicità corrisponde a una profondità di campo, di visione, di conoscenza. Teresa e Montoya – o chiunque siano i due protagonisti – incarnano la forma del puzzle, del rompicapo, del gioco enigmistico che raffredda la tensione arrendendosi a un’incapacità connettiva e a una disillusione diffusa nei confronti di un’ipotetica conoscenza del vero. Una película de policías è una ricognizione lucida e onnivora – che fonde e miscela mockumentary, cinema del reale, distillazione poetica, sfoggio di antiretorica – che conquista e confonde, che ostenta una profonda intelligenza lasciando però una vaga impressione di compiacimento, la sensazione di essere più interessata a guardarsi allo specchio che a osservare con la necessaria onestà il mondo che si è scelto di raccontare.

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