Il più sobrio dei film di Moretti. Il più controllato e cupo. In Tre piani, presentato a Cannes nel concorso principale, Nanni Moretti sorprende per una scelta narrativa di totale purezza, che poi si riversa sulle scelte formali (e viceversa), dai molti silenzi alla prossemica degli attori, alla fluidità circolare di una macchina da presa più che mai attenta ai minimi dettagli. Tratto dal romanzo di omonimo di Eshkol Nevo, in Italia pubblicato da Neri Pozza, Tre piani condensa in un microcosmo ristretto la visione metaforica del mondo e della nostra società di individui chiusi, quasi assuefatti alla solitudine di giornate trascorse ciascuno nel vuoto dei propri ruoli. Traslando l’ambientazione da Israele a Roma, Moretti fa un lavoro di rianalisi delle storie e dei suoi personaggi ed entra nei palazzi che in Caro diario guardava dall’esterno con uno sguardo diverso e soggettivo. Palazzi, appartamenti, camere che si aprono per raccontare i molti modi di essere fragili. Viene in mente la fuga di un papa impreparato ad abitare stanze non volute, o il dolore per la morte di un figlio tutto chiuso dentro quattro pareti. Perché i luoghi in cui si vive condizionano il modo in cui li si vive più di quanto ci accorgiamo. E poi ci parlano delle relazioni tra padri e figli, che in questo film rappresentano il vero nodo da sciogliere.

 

 

In una palazzina di tre piani, in un quartiere tranquillo e borghese di Roma, vivono quattro famiglie apparentemente normali nella loro infelicità compassata. Monica (Alba Rohrwacher) sta per partorire e con la sua valigia se ne va in ospedale tutta sola, ma prima di salire sul taxi, assiste ad un grave incidente in cui è coinvolto un suo vicino di casa. Si tratta di Andrea (Alessandro Sperduti), ribelle figlio di Vittorio (Nanni Moretti) e Dora (Margherita Buy), entrambi giudici del tribunale, che, ubriaco, investe in pieno una donna e finisce rovinosamente contro la vetrata del piano terreno, in casa di Lucio (Riccardo Scamarcio), Sara (Elena Lietti) e della loro figlia Francesca (Gea Dall’Orto). Le storie iniziano ad intrecciarsi, ma tanto più il montaggio ne incrocia i fili, tanto più i personaggi restano impassibili e i loro corpi, i gesti, le parole denotano una sorta di inerzia. Nessuno urla, nessuno sembra disperarsi per gli imprevisti di questa notte, né di tutti i giorni successivi, sui quali cadranno le conseguenze di cose fatte o non fatte (a partire dall’ossessione di Lucio che per assicurarsi che Renato, Paolo Graziosi, non abbia approfittato della figlia, finisce per approfittare della nipote del vicino di casa). E così Monica torna da sola con la sua bambina e si sente frastornata, con il fantasma della madre che proprio alla sua età ha iniziato a sentire i sintomi della malattia mentale. Mentre il fantasma del padre aleggia nella mente di un Andrea incapace di cercare la sua strada. Strani fantasmi, a dire il vero. Più giusto sarebbe chiamarli ostacoli, fisici, presenti e insormontabili, contro i quali ci si scontra e basta. Sta qui la cupezza di Tre piani, nella sensazione palpabile di un’impossibile via di uscita. Il fallimento della dialettica rappresentato da uomini e donne incapaci di girare su se stessi, di cambiare passo e strada (come, invece, fece quel papa e nel finale una Monica ormai visionaria ma senza più paura). Ecco spiegato lo stratagemma di una recitazione quasi astratta, come fosse la prima prova a teatro, la lettura di un testo quando ancora non si è studiato il personaggio. Ecco la ragione di privilegiare inquadrature frontali, rigidamente scolpite in colori neutri: quello che qui si racconta è un stato di fatto, l’immobilità spaventata dell’oggi, le linee che non si incontrano fino a quando non vengano meno quelle barriere di cui si diceva e i nodi si sciolgono finalmente, lasciando, però, un scia di gesti e parole come buchi, fratture, interruzioni lungo la strada che è stata percorsa.

 

 

 

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