Mashhad è una città dell’Iran che dista novecento chilometri da Teheran, vicina al confine con il Turkmenistan e con l’Afghanistan. Lì è sepolto l’Imam Reza – uno dei principali custodi della tradizione religiosa iraniana – e la città è diventata nei secoli uno dei luoghi di pellegrinaggio dell’Islam sciita. Proprio qui, in questa città santa ormai trasformata in metropoli, Ali Abbasi ambienta la sua storia ricollegandosi a tragici fatti di cronaca dell’inizio degli anni 2000: a Mashhad agisce, apparentemente indisturbato, un serial killer di prostitute che sembra voler ripulire le strade da chi infligge un’onta morale a un luogo che si vorrebbe consacrato ad Allah. A cercare una traccia che possa incastrare il colpevole, arriva dalla capitale una giornalista dal passato chiacchierato, decisa a tutto per fermare una catena di delitti commessa in nome di una legge morale che pretende di rispettare l’etica uccidendo le persone. Il suo cammino non è facilitato dalle relazioni con i poteri locali – la polizia, i giudici – che non vedono di buon occhio l’intraprendenza di una donna (sola e senza marito ad accompagnarla) in un mondo ostentatamente maschile e che forse non disprezzano poi tanto l’azione sempre più frequente dell’assassino. Holy Spider, dopo i successi internazionali del precedente Border, riporta il regista naturalizzato danese nella sua terra di origine. Abbasi – che per ragioni politiche ha girato il suo film in Giordania – vuole costruire una storia di cronaca nera iraniana mostrandola come in Iran non si potrebbe mai fare: nei primi minuti assistiamo a un nudo femminile, a un atto sessuale, all’uso di droga, a uno strangolamento in primissimo piano.

 

 

Prendendo chiaramente posizione su cosa è mostrabile e cosa no, Abbasi si concede libertà impensabili per il cinema iraniano, evidenziando però la programmaticità delle sue scelte: ostentando forse più che raccontando. Dopo l’incipit volutamente spiazzante, Holy Spider si adegua a una modalità di racconto noir/poliziesco di matrice occidentale, afferrando a piene mani stilemi del cinema americano con toni anni Settanta e costruendo una struttura di solido intrattenimento, efficace ma non sempre sorprendente. Ma Abbasi ha altro in mente: anticipando la soluzione del mistero e mostrandoci il colpevole in azione sin dalle prime scene, regala al suo film un altro, parzialmente inatteso, punto di svolta. Il terzo atto del film è infatti il più dichiaratamente politico, quello in cui le ossessioni del killer, le intenzioni delle istituzioni e le aspirazioni della protagonista convergono e collidono. Quando la necessità di giustizia si scontra con un abuso reiterato del potere? Quando la cronaca si fonde con la politica sociale? Quando la violenza contro gli individui si trasforma in una collusione diffusa con la gestione della cosa pubblica? Abbasi, dopo aver costruito una variazione di genere si trova a dover tirare i fili di un dramma collettivo. E lì, dopo aver dimostrato una buona gestione della tensione, inciampa in una serie di scelte discutibili che mostrano didascalicamente l’ambiguità che sembra affliggere la società iraniana. Holy Spider è in fondo una dimostrazione di forza, un braccio di ferro in cui si sceglie di abbracciare le metodologie di racconto occidentali per dimostrare che il re – l’Iran – è nudo; in cui si afferma che per scavare fino in fondo in determinate tragedie bisogna imbracciare le armi adatte. Il risultato è un film solido e a tratti provocatorio, destinato però a parlare a un pubblico già predestinato; un’opera che potrebbe turbare chi non avrà accesso al film e che rischia di perdersi in un crescente compiacimento stilistico. Un buon prodotto, certo, che finisce per dialogare solo in parte con la realtà che vuole rappresentare, assumendo presto la forma di una costruzione asettica, impeccabile ma fin troppo autoreferenziale.

 

 

 

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