Il metacinema sentimentale di Quattro figlie di Kaouther Ben Hania

Olfa è una donna tunisina, ruvida e solare, abituata a una vita difficile, segnata da un rapporto doloroso e conflittuale con il genere maschile. Olfa ha quattro figlie: le più piccole, Eya e Taysir, vivono ancora con lei; le maggiori Ghofran e Rahma sono state, nelle parole della madre, “divorate dal lupo”. Questa è una storia vera ma Kaouther Ben Hania – una delle principali voci del nuovo cinema tunisino, già passata a Un Certain Regard e agli Orizzonti veneziani – non vuole realizzare un semplice documentario: il cuore del film è rappresentato dal dispositivo messo in atto. Olfa interpreta sé stessa ma, nelle scene più emotivamente faticose, viene affiancata da un’attrice; Eya e Taysir mettono in scena loro stesse; Ghofran e Rahma sono interpretate da due attrici; i ruoli maschili – pochi e meschini – sono affidati a un unico interprete. La prima parte del film scorre via seguendo l’annusarsi di questo gruppo eterogeneo di donne, sospese tra solidarietà istintiva e diffidenza naturale, tra una commozione trattenuta e l’emotività dei ricordi. Ben Hania si tiene fuori campo ma partecipa all’azione, interloquisce, dirige. La sensazione è quella di un metacinema fin troppo dettato dalle regole sentimentali degli show televisivi, che non risparmia momenti melodrammatici enfatizzati da una marcata patinatura stilistica e da una musica di violoncello assai lacrimosa. Man mano che l’esperimento – una sorta di indagine privata che rasenta la seduta psicanalitica – procede, Les filles d’Olfa (in concorso a Cannes76) riesce però a costruire densità, a trovare senso e profondità, ad ampliare lo sguardo politico scavando nel privato.

 

 

Il film ripercorre – ricrea, induce al ricordo mettendolo in scena – le tappe di questa famiglia/gineceo; espone le contraddizioni di una madre ossessionata e possessiva, ferita e per questo pericolosa per le ragazze. Gli sguardi complici si alternano a ricordi familiari durissimi, a incomprensioni sotterrate in nome di un dolore comune. Il lupo che ha inghiottito Ghofran e Rahma è infatti il Daesh – lo Stato Islamico –, che ha soffiato sul fuoco di un radicalismo diffusosi in Tunisia dopo la fine del regime del generale Ben Ali, affiancandosi alle manifestazioni della Primavera Araba. Ben Hania cerca di comprendere cosa abbia portato due ragazze cresciute all’ombra di una madre-padrona e continuamente alla ricerca di libertà (identitaria, relazionale, sessuale) nelle braccia dell’ISIS. Ovviamente non esiste una risposta univoca: una generica voglia di indipendenza si mescola alla sensazione diffusa di combattere dalla parte giusta del mondo: il passaggio dall’abbigliamento punk al niqab è repentino, implacabile, senza possibilità di ripensamento.

 

 

Alla ricostruzione cinematografica si affiancano materiali di repertorio che ripercorrono il cammino di queste due spose dello Stato Islamico. Due ragazze solari, poco più che adolescenti, pronte a lasciare il loro paese e i loro affetti per attraversare la Libia accanto a uomini sanguinari, per combattere una guerra santa di cui conoscono solo le parole d’ordine. È proprio nell’analisi – umana e antropologica – di questa trasformazione, l’interesse maggiore di Les filles d’Olfa. Attraverso la ricostruzione del dolore di chi resta, del vuoto incolmabile lasciato negli affetti, intuiamo il fallimento di alcune rivoluzioni solo accennate. Ipotizziamo lo stordimento delle speranze disattese, delle false promesse di libertà superficiali, dello smarrimento dell’essere donne in una società solo apparentemente aperta. Ben Hania, con qualche inciampo e parecchie scivolate, ci spinge a interrogarci sbattendoci in faccia una scelta radicale, feroce, violenta, inspiegabile per i nostri occhi democratici e occidentali, forse pigri per comprendere gli stravolgimenti di un mondo che ci sembra lontanissimo e che invece vive solo a un braccio di mare da noi.