Con la voce della figlia: alla Berlinale74 Il cassetto segreto di Costanza Quatriglio

Guardare il mondo significa anche osservare la forma che assume attraverso le persone che quel mondo hanno contribuito a farcelo vedere. Costanza Quatriglio lo sa bene e per mettere alla prova questa consapevolezza sceglie la strada maestra, quella offerta dal confronto col padre. Che nel caso specifico è anche un padre importante come Giuseppe Quatriglio e si traduce nella storia di un giornalista, intellettuale e uomo che dal dopoguerra in poi ha attraversato l’Europa e il mondo. E, narrando questa storia, la regista si prende ovviamente anche il tempo di ridefinire la propria posizione nella realtà, misurando lo spazio che resta alla propria storia una volta che quella del padre è conclusa. Il cassetto segreto (presentato al Forum della Berlinale74) è un film dolce e coraggioso, perché senza assumere pose cogitabonde, ma con una luminosità e una leggerezza che rivelano lucidità di pensiero, si prende la responsabilità non solo di dire il padre, ma anche di definirlo, ovvero di dirlo in modo concluso. Lo fa registrando un atto di per sé difficile e complesso come quello di guardare non tanto nel “cassetto segreto”, che anzi resta un po’ il MacGuffin iniziale, la promessa di una zona d’ombra dei sentimenti privati del padre che poi resta inevasa, senza che questo rappresenti minimamente un problema strutturale per il film.

 

1963, Berlino ©Fondo Giuseppe Quatriglio

Perché in realtà Il cassetto segreto è un’opera che lavora sulla materia fisica della memoria che definisce una storia, sul corpo solido di un’esistenza che è rappresentato dalle cose fatte e da quelle raccolte da Giuseppe Quatriglio nel corso della sua vita professionale e personale, senza soluzione di continuità. L’archivio composto da 60.000 negativi fotografici, bobine 8mm e centinaia di ore di registrazioni sonore, oltre all’evidenza di una casa/studio ricolma di libri e di faldoni organizzati scientemente dal padre, ha determinato la possibilità di istituire un Fondo a lui intitolato presso la Regione Sicilia. E questo ha allo stesso tempo consentito alla figlia di guardare all’esistenza del padre come a qualcosa di concreto, stabile, definito e catalogabile, da ordinare e offrire al mondo. Il film che ne risulta è dunque un processo di reificazione della memoria seguito attraverso l’atto apparentemente opposto, che è quello dello svuotamento della casa paterna, della smaterializzazione dell’archivio: da smembrare, catalogare, imballare, trasferire e ricollocare altrove. Una sorta di autopsia vitale e gioiosa, alla quale Costanza Quatriglio guarda con serenità, seguendo sì la traccia della memoria personale, del suo rapporto privato col padre, ma ricostruendo soprattutto i passi di una esistenza spesa a produrre senso e sapere, a indagare e raccontare, a incontrare e ascoltare.

 

©Fondo Giuseppe Quatriglio

La regista utilizza quello che nel sentire comune è un atto difficile e doloroso, perché segna il commiato col luogo dei genitori, per instaurare una narrazione fortunata perché ricca di storie, vissuti, momenti, che vengono ripercorsi e mostrati attraverso le immagini prodotte dal padre, i filmati, le fotografie, le registrazioni audio, i carteggi ordinati nei faldoni…La struttura in quattro capitoli intitolati “tomi”, numerati al contrario e offerti come fossero frontespizi  medievali, gioca con l’idea di una biografia composta di momenti topici, ma in realtà fa riferimento alle fasi di passaggio di quel processo di elaborazione del lutto a cielo aperto che Costanza Quatriglio ci offre con leggerezza e felicità. Un cammino di riconoscimento affettivo (e anche di riconoscenza, va detto) che la coinvolge in prima persona, come “amata figlia” alle prese con ciò che resta della sua infanzia, le fotografie, i Super8, gli appunti. E con ciò che emerge della personalità del padre e della sua carriera: Carlo Levi e l’amicizia di Leonardo Sciascia e del poeta Ignazio Buttitta, l’incontro con Jean-Paul Sartre ma anche con Luchino Visconti sul set di La terra trema e poi con Anna Magnani, Cary Grant, Ingrid Bergman. E gli appunti sonori per i reportage dal terremoto del Belice… Il cassetto segreto resta infine come un film generoso (ragione per cui gli si perdona il minutaggio un po’ strabordante…) e lucido, ma anche discreto nel prendersi quello spazio per sé che implicitamente pretende ogni autore che allestisce un ritratto.