Un magnate dell’industria farmaceutica si sente poco realizzato nonostante l’immensa ricchezza di cui dispone. Vuole lasciare dietro di sé qualcosa di duraturo, di unico, di irripetibile. Qualcosa di concreto: così, dopo aver costruito un ponte che porta il suo nome, decide di affidarsi a qualcosa di più raffinato da tramandare ai posteri. Un film, che però non può limitarsi ad essere “solo” un film. Dovrà essere “il” film. Acquista i diritti di un romanzo premiato con il Nobel – e che non si prende la briga di leggere – e assume una regista carica di premi (e di riccioli in testa) per dirigerlo. Lola Cuevas (Penélope Cruz) a sua volta sceglie come interpreti due attori speculari: il divo capriccioso Félix Rivero (Antonio Banderas), innamorato perso della propria immagine, e il non meno egoriferito Iván Torres (Oscar Martinez), star teatrale sdegnosa e supponente. Ovviamente tre personalità così bigger than life faticheranno a stare chiusi in una stessa stanza e dal primo giorno di prove gli attriti incrinano ogni relazione, frantumano gli equilibri, smascherano le apparenze. Quella che a prima vista appariva come una forma di competizione creativa si rivela un duello perenne, implacabile, senza esclusione di colpi. Alla disponibilità accennata si sostituiscono i capricci, dalla collaborazione di facciata trasuda una gelosia che si colora di odio.

 

 

Finale a sorpresa (o, molto meglio, l’originale Competencia oficial, che aggiunge al letterale significato di concorso ufficiale di un Festival un senso di rivalità che tracima dal film agli individui), la nuova pellicola degli argentini Mariano Cohn e Gastón Duprat, maschera una commedia acidissima dietro le fattezze di un gioco che gioco non è. Infiocchetta la sua storia – e i suoi prestigiosi interpreti – con gli abiti di una farsa, mettendo invece in scena l’implosione di ogni talento di fronte all’ambizione personale, ridicolizzando i suoi protagonisti fino al parossismo, offrendoli al pubblico ludibrio proprio mentre sono all’opera per concretizzare la loro (auto)supposta grandezza. Cohn e Duprat scherzano con le ragioni dell’arte, sottomesse ogni volta dalle singole ragioni degli artisti, demistificando il rapimento mistico e sensuale che si immagina immenso nell’atto dell’Arte e che invece si riduce a giochi e dispetti, a rancori e mezzucci, a insulti e ripicche. Ha ragione Pier Maria Bocchi quando scrive che Finale a sorpresa è «un film di mostri che cercano il dominio dello spazio (identitario) e il predominio dell’idea (individuale)». Ed è vero perché quello spazio identitario e quell’idea individuale conducono a una visione dell’arte come autoaffermazione, manipolazione, gesto di prevaricazione assoluta. Lo sguardo ghignante di Cohn e Duprat straccia i miti del genio e del talento, mettendo in ridicolo i suoi divi e gettandoli in un tritacarne di gelosie nervose e tic isterici, giocando in fondo a demitizzare il Mito. Il cinema diventa quindi un mezzo e non un fine, un veicolo masturbatorio in cui il confronto è sempre scontro, un braccio di ferro narcisista in cui ci si dimentica dell’opera per rimirarsi allo specchio, possibilmente deformando l’altro. Non tutto sempre funziona, in Finale a sorpresa, anche per una tendenza all’accumulo e all’iperbole, ma il gioco al massacro – una vera e propria mise en abyme – non è fine a se stesso e sembra dirci che, visto dall’interno, un film (e qualsiasi opus artistico) è proprio come la vita, ma senza le parti più umane.

 

 

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