Su MUBI Forza maggiore di Ruben Östlund e la ricomposizione simulata

force_majeure_foto_07Tomas, Ebba e i loro due biondissimi figli Vera e Harry sono una sana e borghese famigliola svedese, amorevole e apparentemente solidissima, in vacanza sulle alpi francesi. Neve, sole, sci, skilift, legni morbidi e asciugamani candidi, stanze anodine in paesaggi mozzafiato. Il film ce li presenta vestiti di tutto punto per una sciata, in posa per un fotografo che li manovra, quasi a voler cogliere la gioia del relax, la felicità intrinseca del loro stare insieme ottenendo però pose forzate che già odorano di rigor mortis. Durante un pranzo sulla terrazza di un ristorante, di fronte al profilo dei monti, avviene l’inaspettato: una valanga, forse creata a effetto per l’emozione dei turisti, esce dal controllo e sembra abbattersi sui tavoli, istillando il panico in una situazione di calma apparente. Come si deve reagire di fronte all’imprevisto? L’aspettativa (nostra e di chi ci sta accanto) imporrebbe di rispettare i ruoli che interpretiamo ogni giorno: la protezione responsabile, la gerarchia dei sentimenti, la priorità dell’incolumità familiare. Nel pulviscolo bianco che tutto inghiotte, Tomas invece fugge, cerca riparo, si dimentica di moglie e figli salvo poi tornare al tavolo e minimizzare, negando l’accaduto come San Pietro rinnegò Cristo. L’equilibrio della famiglia, qui descritto come gruppo amoforce_majeure_foto_11revolmente (e meccanicamente) gerarchico, si frantuma: il senso di colpa trascolora in vergogna di sé, il ruolo del maschio dominante è sotto scacco, schiacciato dall’inadeguatezza del proprio comportamento.

 

 

Forza_Maggiore_07Forza maggiore dello svedese Ruben Östlund (che già si fece notare a Cannes con il precedente, bellissimo, Play) mette in scena in maniera crudele e implacabile un denudamento: le certezze – concrete, affettive, di sguardi – e la loro dissoluzione, la menzogna – concreta, affettiva, di sguardi – e il suo disvelamento. Östlund costruisce una specie di autodafé, feroce ma non cinica, mostrandoci il terremoto esistenziale di cui sono vittime i suoi protagonisti. Il confronto con la maestosità del paesaggio rimpicciolisce gli uomini, messi a confronto con le proprie miserie. In Forza maggiore Tomas e Ebba si sgretolano – o meglio: Tomas si sgretola sotto l’accusa di codardia e ancor di più sotto l’amoroso pietismo che la moglie gli dimostra nel vederlo spezzato – proprio come una valanga il cui effetto, una volta innescato, non può più ritenersi sotto controllo. I grandi meriti di Östlund consistono nella punteggiatura quasi musicale che riesce a dare al film, nella gestione mirabile dei personaggi secondari – a volte contrappunti e a volte specchi della coppia principale – che entrano ed escono di scena senza mai un pretesto di superficialità, nella capacità di non perdere mai il controllo di un’esplosiva ironia, nello sguardo umano ma mai condiscendente, clinico ma non glaciale, che sa essere empatico senza scadere in una banale complicità. I personaggi sembrano acquistare spessore nelle proprie debolezze, guadagnare verità nella sconfitta umana. Ma lo sguardo chirurgico di Östlund non permette facili evasioni. Di fronte alla catastrofe la famiglia non trova di meglio da fare che simulare una ricomposizione che non può che essere posticcia. Il prezzo da pagare sta in una visione prudente della vita al limite del panico, in cui, per mantenere salda la barra e dritto il timone, non c’è altra soluzione che una placida discesa corta di fiato e di prospettiva. Forza maggiore, in fondo, è un assalto dinamitardo all’ipocrisia familiare, un racconto morale la cui penna, ricca di lucida umanità, sceglie di intingersi fino in fondo in un inchiostro che sa di vetriolo.