In cosa consiste la distinzione tra “essere” e “fare” il padre? Cosa significa guardare il proprio figlio e non riuscire più a vederne le immagini attese? A partire da questi interrogativi prende forma il racconto di I figli della scimmia, diretto da Tommaso Landucci e scritto a quattro mani con Damiano Femfert, film presentato e premiato (Miglior sceneggiatura, Migliore attore a Riccardo Scamarcio) nella sezione Orizzonti a Venezia 83: un’anima divisa in due, tra la devozione verso un figlio disabile e la proiezione di una paternità altra, incarnata dal rapporto con il nipote adolescente. Già Miglior sceneggiatura al Premio Solinas e forte di un titolo evocativo che rimanda a una dimensione astratta e ancestrale — trae infatti ispirazione da una fiaba di Esopo —, il film propone una struttura radicata in un realismo autentico, senza concessioni di maniera, priva di sentimentalismo e pietismo, costantemente interessata a sviluppare una riflessione sulla complessità dei legami e sulla loro conseguente rappresentazione ambivalente. Un esordio molto convincente e ben accolto, realizzato in continuità sulla scia del precedente Caveman – Il gigante nascosto, documento dedicato ai misteri che hanno avvolto la vita dell’artista Filippo Dobrilla, il suo legame con il territorio, le sue opere, la sua morte dovuta a un tumore.

Se in quel contesto l’indagine verteva sul contrasto tra l’oscurità della materia calcarea e la luce della creazione artistica nelle Alpi Apuane, ne I figli della scimmia la medesima polarità si traduce nel percorso psicologico del protagonista. Dario (Riccardo Scamarcio, in una grande prova attoriale, misurata ed equilibrata, struggente e appassionata), abita uno spazio emotivo scisso: si fa carico della cura del figlio disabile al quale dedica ogni cura e attenzione ma pure è attento a coltivare un bellissimo rapporto con Giacomo, il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Questo gioco di rispecchiamenti e proiezioni inconsce destabilizza l’equilibrio interiore di Dario e travolgere l’intera famiglia. La regia di Landucci si distingue per un controllo formale rigoroso, capace di operare un progressivo raffreddamento della temperatura emotiva della messa in scena tenendosi alla larga da facili patetismi. Un’opera solida e asciutta, sia per come riempie gli spazi con immagini che attraversano sempre un sottile mistero che distanzia il volere dal potere, l’invisibile dal visibile, indirizzando lo sguardo dello spettatore verso un altrove indefinibile, in direzione di stati d’animo tanto inconfessabili quanto profondamente umani, sia per come sceglie di giocare la sua partita dentro un conflitto in cui si avvicendano accettazione e rimpianto, generosità ed egoismo, sofferta età adulta e riscoperta di un tempo perduto e immaturo.

Una riflessione sulla paternità, ma non solo, perché se da una parte il film si dedica a raccontare come anima e corpo si prestino per colmare d’amore l’esistenza del figlio, dall’altra si interessa a fotografare la memoria di un limite invalicabile, la presa di coscienza di un controllo impossibile da mantenere, comunque segno di un’umanità profonda. Infatti, come dichiarato dallo stesso Landucci: «C’è un tabù, un “impossibile da dire”, che mi ha affascinato perché riguarda l’esperienza più profonda e intima della genitorialità: nessun padre e nessuna madre desidera avere un figlio con una disabilità. Questo non mette in discussione l’amore che i genitori di persone con disabilità provano per i propri figli, ma, seppure un figlio stravolga la vita a prescindere, nel loro caso l’esistenza prende una direzione alla quale nessuno può essere preparato. Parlando con alcuni di loro, mi ha colpito scoprire che spesso, prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per “l’altro figlio”, quello immaginato e atteso durante la gravidanza, al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato». Il percorso di Dario si rivela drasticamente umanissimo, tanto per le conseguenze struggenti quanto per le possibilità di apertura all’amore e al mistero per garantire una presenza defilata, accanto.


